Archivi categoria: Contenitori urbani

immagineperlab

InNOVA incontra ArtiLab

Il 2 marzo 2016 Innova è stata ospite del Gruppo Giovani Artigiani Bergamo presso lo spazio ArtiLab.

ArtiLab e’un progetto che ha l’obiettivo di diffondere la cultura artigiana e l’arte del saper fare riqualificando quegli spazi urbani dismessi per poi restituirli alla cittadinanza con eventi di vario genere, affinché ne giovi il territorio, uno spazio commerciale di circa 250 metri quadrati che i giovani artigiani hanno trasformato in un vero e proprio laboratorio artigiano interattivo, fondendo tradizione, tecnologia e multimedialità.

 Il locale, ristrutturato con l’utilizzo di materiali ecosostenibili, è il punto di riferimento per una serie di iniziative e laboratori dell’artigianato che coinvolgono studenti, imprenditori, professionisti e cittadini. Grande spazio alle nuove tecnologie: all’interno della bottega artigiana è allestita un’area in cui sono proiettati giochi multimediali e interattivi per i bambini e una vetrina interattiva touch-screen che consente ai passanti, digitando sul vetro, di interagire e consultare il programma.

L’incontro, maturato nell’ambito del progetto ‘database Buone Prassi’, si è rivelato un importante momento di condivisione di visioni che ci siamo ripromessi di sviluppare congiuntamente.

Periferia_1

Rammendo e rigenerazione urbana per il nuovo Rinascimento – Convegno Fondazione Italcementi

Periferia_2Sabato 24 gennaio scorso si è tenuto il Convegno annuale della Fondazione Italcementi, dal titolo “Rammendo e rigenerazione urbana per il nuovo Rinascimento”, prendendo spunto dal manifesto di Renzo Piano.

Piano ha infatti fondato il gruppo di lavoro G124 presso il suo ufficio di Senatore a vita a Palazzo Giustiniani a Roma, e con l’indennità paga una squadra di giovani architetti selezionati online che lavora su progetti dedicati ad alcune periferie urbane italiane. L’obiettivo è considerare queste realtà come elementi da valorizzare e da recuperare, immaginando una nuova linea di demarcazione tra città e campagna e uno sviluppo urbano intensivo (in altezza e profondità) e non estensivo (in larghezza, consumando suolo) con l’utilizzo di materiali innovativi e di tecnologie. “Costruire sul costruito”, su impianti industriali e militari dismessi e molto spesso prossimi alla decadenza.

Oltre a Renzo Piano, che ha aperto il Convegno con un videodiscorso, sono intervenuti, moderati dal giornalista Walter Mariotti: l’architetto Mario Cucinella, il filosofo Silvano Petrosino, lo scrittore ed economista Geminello Alvi, l’economista ed editorialista del Corriere della Sera Francesco Daveri, il Presidente di Assoimmobiliare Aldo Mazzocco, il Sindaco di Bergamo Giorgio Gori, l’architetto Michele Molè (progettista del Padiglione Palazzo Italia a Expo 2015) e il Ministro delle Infrastrutture e Trasporti Maurizio Lupi. Ha concluso Giampiero Pesenti, Presidente di Italcementi.

Per ulteriori approfondimenti:

http://www.fondazioneitalcementi.it/attivita/convegni/rinascimento.html

Rassegna stampa: Eco di Bergamo, Eco di Bergamo 2, Il Sole 24 ore, Corriere della sera

 

 

immagine 115

UNA PROPOSTA PER ASTINO

In questi anni, come Associazione InNOVA BERGAMO, abbiamo spesso ragionato sugli edifici abbandonati della città e dunque anche sull’ex monastero di Astino. Abbiamo elaborato un’ idea e la mettiamo a disposizione della città e dei soggetti pubblici e privati che vorranno farla propria.

Astino: un toponimo che evoca un luogo di grande suggestione, amato senza dubbio, ma anche un po’ odiato dai bergamaschi. Amato per la bellezza paesaggistica di tale conca valliva, incastonata al confine tra colle e piano, presidiata dall’elegante mole del complesso monastico vallombrosiano, risalente al 1070; odiato perché proprio quel monastero è stato per decenni dimenticato dagli enti pubblici e ha subito un evidente deterioramento.

Nel 2007 una piccola grande svolta: la MIA (Misericordia Maggiore) acquista il complesso monastico e comincia a pensare al suo recupero. Si procede con la chiesa, tanto per cominciare, ormai restituita completamente alla sua funzione di culto, benché non ancora aperta al pubblico (manca poco, dicono). Il monastero viene messo in sicurezza, ma mancano i fondi per procedere al recupero completo e manca, soprattutto, una funzione in grado di farlo vivere. Varie le ipotesi, alcune insostenibili dal punto di vista economico, altre sfumate nel nulla (per esempio, l’idea della scuola per giuslavoristi).

Nel frattempo, una nota positiva, per fortuna: la valle circostante diventa centrale per un progetto coordinato dall’Orto Botanico di Bergamo e promosso da vari enti, tra cui il Comune, per il recupero delle colture tipiche del luogo. Il senso di questa operazione è chiaro: Astino, luogo di monaci coltivatori, come luogo di eccellenza del territorio e dei suoi prodotti.

La nostra proposta è quella di pensare oltre la scadenza di Expo, naturale vetrina per il progetto di recupero agricolo. Immaginando un recupero del monastero collegato a questa funzione di eccellenza territoriale nel comparto agroalimentare, abbiamo lanciato il progetto di una scuola di alta formazione alimentare dal carattere internazionale. Conoscete la scuola ALMA, insediata nella reggia di Colorno (Parma)? Io l’ho visitata. E’ qualcosa di simile.

Si tratta di conseguire diversi obiettivi contemporaneamente:

–       dotare Bergamo di funzioni formative di alto livello;

–       creare una sinergia tra tradizione agricola, recupero del territorio circostante e funzione del monastero

–       recuperare gli edifici oggi abbandonati, reperendo le risorse necessarie

–       aprire e rendere visitabile, permeabile, vivibile un luogo di rara bellezza, da troppi decenni recintato e chiuso.

Abbiamo elaborato questa proposta con un business plan serio e concreto, ovviamente da perfezionare. Qui sta la differenza tra i “sogni” di qualcuno e i nostri progetti. Offrendo diversi corsi per diverse tipologie di utenti, di diverso prezzo e di diversa durata, la scuola di alta formazione potrebbe pagare a MIA, proprietaria dell’immobile, un congruo affitto (si parla di 400.000 euro all’anno), la quale, a sua volta, potrebbe ottenere i finanziamenti per il recupero (servono almeno 12/14 milioni di euro). Al Comune il ruolo di regia, senza mettere un soldo.

Per rispettare i vincoli architettonici esistenti:

–       abbiamo pensato di insediare nella Cascina Convento, un edificio oggi semi-distrutto, di fronte all’ex-convento, le attrezzature e le aule di esercitazione che richiedono impianti tecnologici pesanti;

–       nel monastero vero e proprio, da tutelare al meglio, resterebbero le attività più “soft” (la biblioteca, le sale di lettura, alcune aule per le lezioni tradizionale);

–       le cantine, meravigliose, con le volte in pietra, ospiterebbero attività di ristorazione, modulate su diverse tipologie di offerta e fasce di prezzo (dalla degustazione al ristorante vero e proprio), affidate alla gestione degli stessi studenti;

–       potrebbe infine trovare anche casa la Fondazione Veronelli e potrebbe esistere un luogo di promozione delle eccellenze enogastronomiche del territorio;

–       il chiostro e gli spazi aperti saranno aperti, fruibili, permeabili, disponibili per iniziative ed eventi culturali.

Tutto questo per promuovere Bergamo e offrire occasioni di formazione e lavoro.

Caserma

Montelungo, finalmente una svolta. Ma adesso aumentiamo gli spazi pubblici

L’intervento del presidente di InNOVA Bergamo Giorgio Gori a proposito dell’ex caserma Montelungo e della proposta elaborata dagli Ordini degli architetti e degli ingegneri insieme all’Ance.

La proposta elaborata dagli Ordini degli architetti e degli ingegneri insieme all’Ance – fatta propria dall’amministrazione comunale – rappresenta un’importante svolta per il destino della Montelungo. Finalmente si intravede un percorso concreto per restituire l’ex caserma alla città.
Che si tratti di svolta è però certo. In questi mesi l’amministrazione ha più volte sostenuto che la possibilità di ottenere gratuitamente il bene dal Demanio era un sogno campato per aria, “frutto di una scarsa conoscenza delle norme”, che l’unica soluzione era quella di vendere tutta la caserma – non solo la parte di pertinenza dello stesso Demanio – e, al massimo, ricavarne una piccola porzione da destinare a usi culturali grazie agli standard qualitativi.
Architetti, ingegneri ed Ance hanno chiaramente dimostrato che questa prospettiva non stava in piedi. La brillante intuizione di “ribaltare il campo” – suggerendo al Comune di lasciare al Demanio la Montelungo vera e propria, per una vendita profittevole, e di acquisire in gratuità la parte su via Camozzi, salvo demolirne una consistente sezione – indica al contrario un itinerario fattibile, sostenuto da accurati calcoli economici, che ha il pregio di porre in primo piano l’interesse pubblico.
Decisivo è stato il contributo dei partiti di opposizione e di varie associazioni. InNova Bergamo, tra queste, ha più volte sollecitato il rispetto della previsione urbanistica che colloca la Montelungo al centro del “Polo della cultura e del tempo libero” e proposto una demolizione selettiva che desse centralità al verde pubblico, consentendo la saldatura dei parchi Suardi e Marenzi in un grande polmone verde al centro della città.
Va ricordato anche che l’acquisizione a titolo gratuito – resa possibile da un decreto dell’agosto 2012 – è stata ignorata dall’amministrazione per più di un anno, e forse non se ne sarebbe proprio parlato se i parlamentari del PD non avessero segnalato la cosa.
Nell’anno che si è perso è invece andata avanti l’idea di trasferire la Gamec ai Magazzini generali, in contrasto col PGT che ne prevedeva la ricollocazione proprio nel complesso della Montelungo. Saremmo ancora in tempo, volendo, per rivedere quella scelta.
Il nuovo progetto si preoccupa di non cancellare del tutto l’inserimento del complesso nel “Polo della cultura”. I “servizi culturali” dovrebbero concentrarsi nella palazzina d’angolo di fronte alla Torre del Galgario. Si tratta però di soli 2.700 metri quadrati (3.700 coi sottotetti), obiettivamente pochi per farne la sede di un’istituzione culturale di livello.
C’è quindi il rischio che di quello spazio si faccia piuttosto uno spezzatino: una sede di rappresentanza di questa o di quella associazione, la sede di un ordine professionale, senza con ciò contribuire in alcun modo ad elevare il profilo d’offerta culturale di Bergamo.
La proposta che vorrei quindi avanzare è che alla riqualificazione di quella palazzina si aggiunga la ricostruzione ex-novo del corpo adiacente, affacciato su via Camozzi. Si guadagnerebbero così altri 1.900 metri quadrati, il cui costo il Comune potrebbe coprire con i proventi generati dall’operazione.
Sommando le due superfici si ricaverebbero 4.600 metri quadrati, questi sì sufficienti ad ospitare un’importante istituzione culturale. Quale? Circa un anno fa – visto lo spostamento Gamec ai Magazzini generali, parlando proprio della Montelungo – proposi la creazione di un Museo dell’Energia, immaginando un’esposizione “esperienziale” (ad oggi senza eguali in Europa) fondata su una materia estremamente viva e spettacolare, capace di attrarre anche un pubblico giovane. Continuo a ritenerla un’idea affascinante e concreta.
Lascerei tuttavia ad altri, più esperti di me, il compito di selezionare un progetto che associ qualità, internazionalità e sostenibilità economica. Realtà come quella di Bergamo Scienza dimostrano che in città le competenze non mancano.
Proprio questa anzi mi parrebbe la prospettiva più interessante: coinvolgere il team di Bergamo Scienza e consentirgli – attraverso la progettazione di un nuovo spazio espositivo – di “stabilizzare” il valore formativo e il richiamo generati ogni autunno dalla straordinaria manifestazione che Bergamo ha la fortuna di ospitare.

montelungo

Montelungo, un anno perso, adesso si corregga la rotta

Di seguito il contributo del presidente di InNOVA Bergamo al dibattito sviluppatosi in merito al destino della caserma Montelungo. La lettera di Giorgio Gori è stata pubblicata da L’Eco di Bergamo il 6 agosto 2013.

Egregio direttore,

 nel rinnovato dibattito sul destino della caserma Monte-lungo l’assessore Pezzotta ripropone la sua linea iperrealista. Niente sogni: la caserma può passare gratuitamente dal Demanio al Comune, solo a fronte di un programma di valorizzazione culturale caratterizzato da precisa sostenibilità economica.

Poiché il Comune non dispone dei soldi necessari a ristrutturare i 15.000 metri quadri della caserma (da 22 a30 milioni di euro, secondo le stime che ha fornito), non c’è alternativa a vendere e valo-rizzare la gran parte dell’immobile per ricavarne una porzione da destinare a uso culturale grazie agli standard qualitativi. In effetti gli immobili gravati da vincoli di conservazione (è la Montelungo è tra questi) non possono essere ceduti gratuitamente dal Demanio se non a fronte di tali condizioni.

Lo stesso Pezzotta ci ha però per lungo tempo raccontato una storia diversa, e cioè che la Montelungo avrebbe dovuto essere acquistata a titolo oneroso da parte del Comune (si era parlato di 7-8 milioni di euro) poiché era stata oggetto di una trattativa tra Demanio e Comune, precedente all’entrata in vigore della legge sul federalismo demaniale (a differenza per esempio di Sant’Agata e di altre caserme). Non fosse stato per l’intervento dei consiglieri del Partito Democratico,che alcuni giorni fa hanno scoperto e rivelato che quella disposizione era stata nel frattempo modificata, forse avrebbe continuato a nascondere il suo «non possumus»dietro questa difficoltà.

Il decreto che ha ricondottola Montelungo alla prospettiva di cessione gratuita non è però di ieri, ma dell’agosto 2012. Questo significa che:
– il Comune ne era al corrente da un anno, ma nel corso di questi dodici mesi nulla è stato fatto per approntare il programma di valorizzazione culturale necessario al trasferimento di proprietà. Se la Montelungo fosse oggi di proprietà comunale, il Comune potrebbe inoltre negoziare con la Soprintendenza eventuali modifiche al vincolo che grava su tutto l’edificio: il Soprintendente potrebbe ragionevolmente consentire, all’interno di un progetto complessivo, una parziale demolizione, finalizzata a connettere le aree verdi del Parco Suardi,del Parco Marenzi e della stesa Montelungo; una riduzione dei volumi «da recuperare»renderebbe peraltro più fattibile l’intera operazione;
– nel corso di questi dodici mesi il Comune ha invece accolto la proposta di trasferimento della Gamec dall’attuale sede ai Magazzini generali, in aperta contraddizione con le previsione del Piano di governo del territorio che, come noto, indica proprio nella Montelungo la nuova destinazione della galleria, nel contesto del «polo della cultura e del tempo libero».

Una delle principali giustificazioni di questa scelta è stata la presunta «gratuità» dell’operazione promossa da Ubi (in realtà gran parte dell’investimento sarebbe comunque dovuto, a titolo di standard qualitativo).

Tutto ciò non è politicamente irrilevante. Il Comune avrebbe infatti potuto mantenere la previsione della Gamec alla Montelungo, farne il cardine del «progetto di valorizzazione culturale» richiesto dal Demanio e provare a congiungere almeno una parte dell’investimento di Ubi agli standard qualitativi derivanti dalla valorizzazione commerciale di una porzione della Montelungo, rendendo fattibile la nuova sede della Gamec nell’ex caserma. Invece si è fatto finta di niente e si è tirato dritto, svuotando una previsione urbanistica assolutamente strategica per il futuro della città.

Ora le cose sono finalmente chiare. Il progetto della Gamec in via Rovelli non è ancora stato approvato: si è ancora in tempo per rimettere le cose al loro posto,dando corso alle previsioni del Piano di governo del territorio e restituendo finalmente la Montelungo alla città.

Riuniti2

Ex Riuniti, aprire il recinto

di Paolo Vitali, Corriere Bergamo, 13 luglio 2013.

«Il luogo si pone come centro di gravità di una relazione circolare in cui il progetto prefigura uno scenario, ma allo stesso tempo si lascia invadere, assorbe gesti, commedie, tragedie, fallimenti, successi»
Baukuh, Due saggi sull’architettura, 2012, p. 118

L’ospedale era in città ma non ne faceva parte. Un mondo a sé, come volevano le prescrizioni in materia. Separato da un recinto che si interrompeva solo due volte, in corrispondenza degli ingressi alla struttura. Uno per i vivi e l’altro per i morti. Il primo (quello principale) avveniva da largo Barozzi, attraverso il blocco amministrativo, un grande corpo di tre piani in stile neoclassico. Non ci si arrivava di fronte, ma di lato, percorrendo uno spazio anonimo, perimetrato da edilizia modesta e pensato più per separare i flussi di viabilità che per fare degnamente da vestibolo.

I nomi, nella storia delle città, sono importanti. La dedica a Giovanni Barozzi, vescovo e fondatore, ci ricorda che non si dà una storia di Bergamo senza la chiesa, anche a governo delle principali istituzioni civili. Venne inaugurato nel 1930 come Ospedale Maggiore «Principessa di Piemonte». «Ospedali riuniti» è un’eredità degli anni Settanta, della riforma sanitaria e di un modo più laico di intendere le cure.

Trentamila metri quadri di edifici su una superficie cinque volte più grande. Otto reparti, mille posti letto, servizi e attrezzature all’avanguardia, «quanto di meglio ci fosse in Italia». Un complesso a padiglioni organizzato intorno a un’ampia corte centrale secondo uno schema bloccato, tipico dei grandi impianti ospedalieri ottocenteschi. Autoreferenziale, introverso, impermeabile alla città.

Struttura di controllo sanitario e sociale, figlia della città moderna – la città del decoro e del disegno urbano, dello sviluppo ordinato e delle grandi attrezzature – e delle sue logiche dispositive. «Medicina dello spazio urbano», come ci ricorda Foucault.
Pioniere, allora, dell’urbanizzazione della parte ovest della città bassa. Muto testimone, oggi, di un’ambigua adesione alla modernità. Sospesa tra la retorica monumentale dei suoi edifici e la sua natura funzionale di «fatto medico», di «meccanismo/strumento di cura», di «spazio medicalizzato». Pietre che raccontano di nascite e di morti, di cura e di sofferenza, di produzione del sapere scientifico. Un luogo ormai vuoto di uomini e impregnato di ricordi.

E adesso cosa ne sarà di tutto ciò? Renzo Piano li ha chiamati «buchi neri». Edifici non più utilizzati. Aree dismesse, abbandonate. Escluse dalla città (e dal diritto di farne parte) da perverse e ineffabili logiche economiche e amministrative. Risorse negate. Spazi sospesi. «Occasioni di ripensamento» e, al tempo stesso, minacce per la sicurezza.

Il futuro dell’ospedale pone con forza questioni rilevanti (di presidio sociale, sul breve periodo, di progetto per la città, sulla lunga gittata). Che fare? Come intervenire? Come gestire la trasformazione? Come sfruttare questo potenziale perché abbia ricadute positive sulla qualità urbana complessiva? Per uscire dalla stantia opposizione tra un pubblico che non ha più risorse e un privato che non investe per mancanza di sufficiente redditività occorre sperimentare pratiche progettuali innovative e nuovi strumenti di pianificazione. A ben vedere infatti sullo sfondo della «questione Riuniti» sta la crisi dell’urbanistica per come l’abbiamo conosciuta, la sua scarsa capacità di fornire in tempi certi risposte concrete al fenomeno (in costante aumento) delle aree dismesse, di incidere efficacemente sulla dinamica urbana, di intercettare i tempi delle dinamiche sociali.

Secondo Paolo Cottino, urbanista, docente al Politecnico di Milano e consulente dello studio KCity, il fuoco del discorso sulla città va spostato: bisogna tornare a pensarla come «ambiente interattivo», campo di azione e relazione e non semplicemente come manufatto o sistema di norme. Passare dalla pianificazione alla predisposizione di nuove politiche, «misurarsi con la multidimensionalità costitutiva dell’ambiente urbano» costruendo sinergie tra istituzioni e parti sociali.

Un approccio «strategico» alla rigenerazione urbana, sviluppatosi soprattutto nell’ultimo decennio, che ha consentito di gestire trasformazioni di notevole entità in contesti geografici e sociali molto diversi, utilizzando «forme creative di integrazione tra funzioni eterogenee e dimensioni diverse». Tra i casi più significativi, mappati dalla ricerca «REUSE» coordinata da Cottino, lo «Spinnerei» di Lipsia (l’ex impianto per la filatura del cotone più grande dell’Europa continentale, 12 ettari e 70.000 metri quadrati di superfici coperte), che oggi funziona come hub di elaborazione e promozione artistica, ospita eventi culturali internazionali e mette in connessione artisti e gallerie e il «Kaapeli» di Helsinki (ex fabbrica di cavi elettrici, 50.000 metri quadrati), il più grande centro culturale multifunzionale d’Europa, nato da un’iniziativa congiunta tra la municipalità e la Nokia, proprietaria dell’area. Entrambi resi possibili attraverso la costruzione di relazioni virtuose tra il perseguimento di interessi particolari e la realizzazione di obiettivi pubblici.

Boeri

Boeri: «Ex Riuniti, parco o residence per evitare il degrado», la scelta peggiore: non far nulla in attesa di un «salvatore»

Di Paolo Vitali, Corriere Bergamo, 16 luglio 2013.

Viste le dimensioni in gioco e l’elevata qualità ambientale del contesto, la conversione degli Ospedali Riuniti rappresenta per Bergamo una questione strategica. Di fronte al venir meno, complice la congiuntura economica, dei presupposti per il trasferimento organico in quella sede di altre funzioni «forti» (università, scuola della Guardia di Finanza) in grado di salvaguardarne la vocazione pubblica e alla mancanza di operatori in grado di farsi carico, nel rispetto dei vincoli di piano, dei costi di una tale trasformazione, il problema sembra destinato a restare per molto tempo senza soluzione. Per sottrarsi a questa prospettiva esistono, e sono già utilizzati in altri Paesi, strumenti innovativi di gestione delle aree urbane dismesse, efficaci anche in assenza di condizioni di effettiva trasformabilità. Ne abbiamo parlato con Stefano Boeri, architetto, urbanista ed esperto di politiche urbane.
Il riuso di grandi complessi abbandonati pone difficoltà specifiche, sia per ragioni di tipo ambientale (gli altissimi costi dei lavori di bonifica rappresentano un grosso ostacolo a un recupero rapido e integrale) sia per la loro natura di servizi a destinazione unica, rivolti a un elevato numero di utenti e prodotti da un unico soggetto, creati sulla spinta di ingenti energie un tempo unitarie e omogenee.

«Condizioni oggi irripetibili nelle nostre società – riflette Boeri -, dove non è facile trovare soggetti forti in grado di investire in nuovi edifici di grandi dimensioni con un’unica destinazione (con l’eccezione dei centri commerciali e delle grandi infrastrutture della mobilità), né tantomeno operatori interessati ad acquisire e riusare spazi abbandonati di tale entità».
Difficoltà che sono ancora maggiori nel caso di strutture sanitarie fortemente integrate e specializzate, anche se esistono importanti eccezioni come l’ex ospedale di Siena.
«Di fronte a tale complessità è necessario un ragionamento molto lucido – sottolinea l’urbanista – , che prenda in considerazione strategie alternative come la demolizione totale con rinaturalizzazione del terreno – scelta coraggiosa e intelligente, specialmente in Lombardia dove esiste un problema rilevante di consumo di suolo – o forme di riuso temporaneo».
Opzione, quest’ultima, già praticata in realtà come Olanda, Francia, Germania, con vantaggi sia per l’utilizzatore che, a determinate condizioni, può disporre di uno spazio a costi ridottissimi, sia per il proprietario che, nel lasso di tempo tra la scomparsa della funzione originaria e l’insediamento di quella nuova, invece di assistere impotente al degrado del proprio bene, concedendone l’occupazione temporanea (con la garanzia di poter tornare in qualsiasi momento a disporne e senza doversi accollare la relativa manutenzione), lo vede in qualche modo valorizzato, anche dal punto di vista economico.

La «questione Riuniti» andrebbe dunque letta in quest’ottica e, riguardando la città nel suo complesso, affrontata da più punti di vista, attraverso un tavolo di confronto con tutti i soggetti interessati?
«Non può essere risolta in una contrattazione tra il pubblico e un privato – chiosa Boeri -. Visto ciò che rappresenta per la memoria collettiva, è importante che Bergamo la affronti in modo maturo. Lasciarla alla contingenza, aspettando che arrivi un “salvatore” e restando nel frattempo con le mani in mano, sarebbe la scelta peggiore».
Rispetto al futuro dell’ospedale Boeri, pur restando prudente di fronte all’idea di proporre come riferimento esperienze di altre realtà basate su presupposti diversi (la completa apertura dello spazio alla città nel riuso temporaneo dell’aeroporto di Tempelhof di Berlino), non esclude la possibilità di riutilizzare alcune sue parti per l’arte contemporanea o come laboratori di impresa creativa, né, in alternativa, la sua trasformazione temporanea in grande «residence» come risposta a una forte domanda di alloggi temporanei in situazioni di grave disagio abitativo.
«Opzione da valutare comunque in relazione alle caratteristiche fisiche del manufatto e, in quanto ipotesi astratta, da verificare con molta attenzione».

 

Riuniti

«Cittadella dei servizi negli ex padiglioni, in cambio alla Regione gli edifici liberati in città»

Riportiamo l’articolo di Diana Noris, pubblicato da L’Eco di Bergamo il 6 luglio 2013.

Raggruppare gli edifici pubblici seminati in città, dall’Inps al catasto, al vecchio ospedale. E’ questa l’idea lanciata da Tullio Cicerone, segretario provinciale Uil, per dare una seconda vita agli edifici di Largo Barozzi, il cui destino è appeso al filo della Cassa Depositi e Prestiti.
Le due aste per la vendita del vecchio ospedale sono andate deserte e al momento Infrastrutture lombarde (società di Regione Lombardia) sta interloquendo con la società dello Stato per individuare acquirenti interessati ad investire sull’area (circa 130 mila metri quadri edificabili) 76 milioni di euro (è questa la cifra dell’ultima asta). Ma visti i chiari di luna segnati dalla crisi e i due flop accumulati per la vendita dell’area, il segretario provinciale propone una terza via: creare una cittadella degli uffici con il meccanismo della permuta.

Come e perché è nata l’idea si spostare gli uffici pubblici ai vecchi Riuniti?
«E’ un modo per offrire modelli diversi attorno a cui ragionare per portare vantaggi all’Ospedale, a Regione Lombardia con un ritorno reale per il territorio. Già negli anni Novanta si parlava dell’esigenza di un nuovo ospedale e si era cominciato a riflettere su come riempire gli spazi lasciati dalla vecchia struttura. Oggi, vista la difficoltà nel vendere, rilanciamo l’idea di spostare a largo Barozzi tutti gli uffici pubblici della città».

Quali uffici sposterebbe al vecchio ospedale?
«Si potrebbero spostare tutti gli uffici pubblici, da quelli del Comune a quelli della Provincia, fino all’Inps, all’Inail, e perché no, anche i sindacati. Si potrebbe spostare il catasto ma anche il Tribunale. Si potrebbe portare anche qualche pezzo di scuola, come il liceo artistico. Le sedi istituzionali, come ad esempio Palazzo Frizzoni, ovviamente no».

E come si sosterrebbe l’operazione?
«Con il meccanismo della permuta, mettendo a disposizione della Regione o della Cassa Depositi e Prestiti gli immobili che si liberano in centro città. Invece che procedere con un unico lotto si potrebbe lavorare in ambiti frazionati, con tanti lotti da vendere singolarmente, non in maniera omogenea. In questo modo si aprirebbe la possibilità anche alle piccole imprese. Inoltre, unità dislocate in città sono più facilmente piazzabili. L’operazione di permuta non prevede nessun particolare onere per la pubblica amministrazione. Inoltre, ai vecchi Riuniti si potrebbe mettere in atto una forma di risparmio. Visto che si tratterebbe di uffici pubblici, si potrebbe realizzare una mensa per tutti, un impianto di riscaldamento unico, con grosse economie di scala».

Quali benefici derivano per la città da un’operazione del genere?
«C’è un alto rischio di degrado che la situazione attuale può portarsi dietro. Anche per questo arriva la proposta di lavorare per liberare gli spazi attualmente occupati nel centro. Nella maggior parte dei casi, si tratta di edifici costruiti a scopo residenziale occupati dagli uffici pubblici. Con questa operazione gli spazi tornerebbero alla destinazione originale, riportando vita in centro. Portare nuovi abitanti significa valorizzarlo, visto che oggi, dopo le dieci di sera, il Sentierone è un deserto. Inoltre, concentrare tutti i servizi ai vecchi Riuniti sarebbe utile anche per i professionisti che devono spostarsi da un ufficio all’altro. Non ci sarebbero neanche più problemi di parcheggio e si creerebbe un centro in città bassa, cosa che oggi non c’è».

Se pensa al futuro di Largo Barozzi, vede un frazionamento a lotti o un progetto unitario?
«Il progetto iniziale che prevedeva una visione unitaria poteva stare in piedi, anche se come sindacato avremmo preferito una situazione frazionata. Avremmo preferito trasformare i vecchi Riuniti in un’area di eccellenza per la ricerca, con università e altri istituti. Ipotesi venute a morire, in parte per scelta dell’amministrazione e dell’Università. Abbiamo visto che l’operazione unitaria fatica ad andare in porto, poteva andare quattro anni fa, quando l’edilizia ancora funzionava, ma oggi è diverso, non ci sono operatori pronti ad investire».

244010 convento di astino

Astino rinasce – A metà settembre pronta la Chiesa

Riportiamo di seguito l’articolo di Dino Nikpalj pubblicato da l’Eco di Bergamo il 6 giugno 2013.

La Mia ha deliberato di proseguire nei lavori
Spesi già 9 milioni, ne servono subito altri 11,5
«Ma i benefattori di Bergamo dove sono finiti?»

E’ la storia che ritorna. Friedel Elzi, presidente della società Val d’Astino, alza gli occhi alla volta del Santo Sepolcro. «Che meraviglia». I lavori sono vicini alla conclusione, gli antichi affreschi sono stati riportati alla loro bellezza, e dietro l’altare si sta lavorando a rimontare il coro ligneo. Rimesso a nuovo anche questo. «Ne manca solo un piccolo pezzo» ci fanno notare. Ma dopo il saccheggio che la Chiesa ha subito nel corso degli anni sono davvero dettagli.
«E vedrete le tele» si lascia sfuggire. Elzi, masticando il suo (immancabile) sigaro. Qualche anno fa le avevano trovate per terra, arrotolate e sbrindellate: «Da stare male, un disastro». Sono state mandate a Brera e sistemate pian piano. «Erano lì accantonate nella sacrestia». Dove la meravigliosa volta ad ombrello è stata riportata alla sua bellezza, così come gli arredi. E sotto si vedono parte delle fondazioni originarie.

Tesori e un passato che tornano
«Ci siamo presi un impegno con la Diocesi ed intendiamo rispettarlo: per metà settembre riconsegneremo la Chiesa». Dove operai, tecnici e restauratori continuano nel loro lavoro certosino: le impalcature sono ancora ben presenti all’ingresso, ma sull’altare e nei transetti laterali è già tutto libero. E lo spettacolo è lì da vedere, come lo splendido rosone di epoca gotica. «Perché ogni intervento di ampliamento e modifica della chiesa ha come rispettato l’assetto precedente, lasciandoci delle testimonianze davvero notevoli», spiega il presidente della Val d’Astino, società detenuta dalla Mia, la fondazione Misericordia Maggiore, presieduta da Giuseppe Pezzoni.
Quella che nel 2007 ha comprato Astino, e sta lavorando nel suo recupero. Con ben pochi compagni di viaggio: Ubi Banca, il Comune, la Regione e la Diocesi. Che ha finanziato i lavori di recupero della chiesa. «I vecchi benefattori, quelli che hanno sempre caratterizzato la storia nostra e di questa città, Bergamo li ha persi. Ed è una cosa che prescinde dalla crisi, molto pericolosa» è l’amara considerazione di Elzi, alle prese con la difficile arte di far quadrare i conti. «Quanto costa l’intero intervento? Alla fine saranno 24 milioni di euro». Una cifra da far tremare i polsi. «Ne abbiamo già impiegati 9 e ne servono subito almeno 11,5 per continuare i lavori».

Nel 2015 i giuslavoristi
Rimettere cioè a nuovo il monastero, dove in teoria dal 2015 dovrebbe trovar casa l’Adapt, la scuola d’alta specializzazione di giuslavoristi che fu di Marco Biagi, ora diretta dal bergamasco Michele Tiraboschi.
«I consigli d’amministrazione della Mia e della Val d’Astino hanno deliberato di continuare nell’intervento di recupero: stiamo studiando come reperire i fondi nell’attesa di trovare nuovi compagni di viaggio. C’è la possibilità di trovare nuovi compagni di viaggio. C’è la possibilità di accedere a linee di credito interessanti: le stiamo valutando». E si guarda con grande interesse (e molta speranza) ad eventuali finanziamenti reperibili attraverso il sistema delle fondazioni lombarde, la Cariplo in primis.

«Rivogliamo la tela dell’Allori»
Fermo restando che il destino del complesso è ancora da definire: detto dell’Adapt, gli spazi a disposizione sono ben più grandi. Sta perdendo quota l’ipotesi che possano venire destinati a ristorazione ed eventi, mentre è molto probabile che le vecchie (e bellissime) cantine ospitino spazi come le vecchie frasche che caratterizzavano in passato la zona dei Colli.
«Uno dei primi interventi che faremo sarà sicuramente mettere a posto il refettorio, dove vorremmo mettere l’ultima cena dell’Allori». La tela restaurata dalla Fondazione Credito Bergamasco «alla quale va tutta la nostra gratitudine, ma apparteneva al monastero e credo che qui debba tornare. Tanto più dopo il lavoro che abbiamo fatto per il recupero degli affreschi e delle tele. Il suo posto è qui».

 

 

 

montelungo

Largo Barozzi e Montelungo per far ripartire Bergamo

Riportiamo qui di seguito l’articolo di Dino Nikpalj, pubblicato da l’Eco di Bergamo il 5 giugno 2013.

Opinioni a confronto su quale possa essere l’opera in grado di segnare in modo decisivo il futuro della città. Pochi voli pindarici e molta concretezza: la sfida sembra passare dal recupero di aree o contenitori storici piuttosto che dal nuovo consumo di suolo. Per questo motivo il futuro dell’ex ospedale e la nuova destinazione di una caserma centrale come poche sembrano diventare le partite principali di una città che, pur tra mille difficoltà e consapevole della crisi, prova a guardare avanti.

Un sogno per ripartire. Una grande opera capace di segnare Bergamo negli anni a venire e interrompere la lunga teoria d’incompiute di questi anni. Dallo stadio a Porta sud, dalla Tangenziale est al recupero delle caserme, dalla fatica di Astino ai punti di domanda su Sant’Agata, senza dimenticare la grande nebulosa dell’area degli ex Riuniti. Con ben due gare andate deserte e tanta incertezza sul futuro.
Andrea Moltrasio, presidente del Consiglio di Sorveglianza di Ubi Banca, comincia proprio da Largo Barozzi: «Credo che si debba partire proprio da qui, perché non si può lasciare uno spazio del genere vuoto per anni: bisogna dargli un futuro, o per lo meno un piano di sviluppo». In sintesi: «Serve un’idea e anche velocemente». Subito dopo arriva «il recupero dell’ex caserma Montelungo». Prima anche della fascinosa (ma finora rovinosa) sfida di porta Sud: «Beergamo è li da vedere: ci sono troppe aree o contenitori storici da recuperare prima di buttarsi in nuove avventure».

Quel tentativo del 2004
«La Montelungo, di sicuro». Dal versante del Credito Bergamasco, il presidente Cesare Zonca non ha dubbi. E non ne ha mai avuti, considerato che già nel 2004 aveva messo sul tavolo 1,5 milioni per il progetto di recupero dell’ex caserma. Quasi 10 anni fa, per intenderci:e già allora l’idea era farne una sorta di piccolo Beaubourg. Ma nessuno raccolse la sfida.
«Credo che quel recupero sia ancora fondamentale, con destinazione a stragrande maggioranza pubblica». Poi ci sarebbe la partita dell’area ex Riuniti, dove la posizione di Zonca è però molto prudente. Iper realista: «Temo sia unì’impresa quasi impossibile: servono tanti di quei soldi che il pubblico non avrà mai».

Ma il rondò dell’autostrada…
Gregorio Fontana, il parlamentare del Pdl, amplia un attimo l’orizzonte e apre il fronte della mobilità. Toccando un autentico nervo scoperto della viabilità cittadina: «Quell’assurdo svincolo all’uscita dell’autostrada: il peggior biglietto da visita possibile della città. Metterci mano e renderlo finalmente decente sarebbe la più grande opera pubblica».
Ma sul campo ci sono anche fior di contenitori storici in attesa di un futuro. Ora come ora sempre più incerto. Fontana opta per Sant’Agata e il vicino Carmine: «Mi attendo un lieto fine per Sant’Agata, per il cui recupero e rilancio mi sono battuto in sede parlamentare, contribuendo a sbloccare una situazione davvero intricata. E noto con soddisfazione come molte delle caserme oggetto del protocollo d’intesa firmato del 2009 con Comune, ministero e Demanio, siano state vendute.

«Non stiamo in superficie»
Tranne appunto la Montelungo, di gran lunga il pezzo più pregiato. Ma anche il più delicato. «Confesso che in realtà non ho ancora capito cosa se ne voglia fare», è l’esordio di Giulio Pandini, presidente della Cassa Edile e fresco consigliere della Popolare. E siamo tutti nelle sue condizioni, sostanzialmente.
«Chiaro che non la si può lasciare, pacifico. Ma finché se ne parla a livello generale, continuando a stare in superficie, è difficile che qualcosa si metta in moto», spiega. «Sarebbe interessante utilizzarla comunque, al di là del fatto che la nuova Gamec verrà realizzata altrove (negli ex Magazzini generali di via Rovelli, ndr). Magari pensando ad un progetto con maggior respiro, costruendo meno e liberando di più l’area». E a proposito di area, per quella dei Riuniti (ormai ex) «serve un progetto generale per deciderne le funzioni future: poi si lavori per lotti, anche se meglio valorizzarne una possibile diversità di funzioni».

Quel treno per Orio
«Se penso alla mobilità, penso al treno per Orio. Sul contenitore storico, guardo con molto interesse alla rinascita di Astino, anche se non c’è ancora molta chiarezza sul futuro» è la prima considerazione di Roberto Bruni, già sindaco dal 2004 al 2009 e ora consigliere regionale.
«Se poi vogliano davvero partire da zero, beh, la Montelungo è una sfida che ci chiama tutti. E resto sempre e ancora più convinto dell’idea contenuta nel Pgt, quella di un polo culturale accompagnato da funzioni miste: la grande Carrara, insomma».

Due sfide da giocare
«I problemi principali, e quindi le sfide dalle quali ripartire sono l’area degli ex Riuniti e la Montelungo», commenta Giorgio Gori, presidente di InNOVA Bergamo. «Sono i più complessi evidentemente, ma anche quelli dove serve una regia capace di mettere insieme forze pubbliche e private: diversamente non se ne esce».
Anzi, si rischia di entrare in un tunnel senza fine: «i Riuniti se abbandonati rischiano di creare seri problemi ad un intero quartiere». La Montelungo, dal canto suo, «è il perno intorno al quale ruota tutto il Polo della cultura e del tempo libero: dal palazzetto, al restyling dello stadio passando per il collegamento dei parchi».