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Caserma

Montelungo, finalmente una svolta. Ma adesso aumentiamo gli spazi pubblici

L’intervento del presidente di InNOVA Bergamo Giorgio Gori a proposito dell’ex caserma Montelungo e della proposta elaborata dagli Ordini degli architetti e degli ingegneri insieme all’Ance.

La proposta elaborata dagli Ordini degli architetti e degli ingegneri insieme all’Ance – fatta propria dall’amministrazione comunale – rappresenta un’importante svolta per il destino della Montelungo. Finalmente si intravede un percorso concreto per restituire l’ex caserma alla città.
Che si tratti di svolta è però certo. In questi mesi l’amministrazione ha più volte sostenuto che la possibilità di ottenere gratuitamente il bene dal Demanio era un sogno campato per aria, “frutto di una scarsa conoscenza delle norme”, che l’unica soluzione era quella di vendere tutta la caserma – non solo la parte di pertinenza dello stesso Demanio – e, al massimo, ricavarne una piccola porzione da destinare a usi culturali grazie agli standard qualitativi.
Architetti, ingegneri ed Ance hanno chiaramente dimostrato che questa prospettiva non stava in piedi. La brillante intuizione di “ribaltare il campo” – suggerendo al Comune di lasciare al Demanio la Montelungo vera e propria, per una vendita profittevole, e di acquisire in gratuità la parte su via Camozzi, salvo demolirne una consistente sezione – indica al contrario un itinerario fattibile, sostenuto da accurati calcoli economici, che ha il pregio di porre in primo piano l’interesse pubblico.
Decisivo è stato il contributo dei partiti di opposizione e di varie associazioni. InNova Bergamo, tra queste, ha più volte sollecitato il rispetto della previsione urbanistica che colloca la Montelungo al centro del “Polo della cultura e del tempo libero” e proposto una demolizione selettiva che desse centralità al verde pubblico, consentendo la saldatura dei parchi Suardi e Marenzi in un grande polmone verde al centro della città.
Va ricordato anche che l’acquisizione a titolo gratuito – resa possibile da un decreto dell’agosto 2012 – è stata ignorata dall’amministrazione per più di un anno, e forse non se ne sarebbe proprio parlato se i parlamentari del PD non avessero segnalato la cosa.
Nell’anno che si è perso è invece andata avanti l’idea di trasferire la Gamec ai Magazzini generali, in contrasto col PGT che ne prevedeva la ricollocazione proprio nel complesso della Montelungo. Saremmo ancora in tempo, volendo, per rivedere quella scelta.
Il nuovo progetto si preoccupa di non cancellare del tutto l’inserimento del complesso nel “Polo della cultura”. I “servizi culturali” dovrebbero concentrarsi nella palazzina d’angolo di fronte alla Torre del Galgario. Si tratta però di soli 2.700 metri quadrati (3.700 coi sottotetti), obiettivamente pochi per farne la sede di un’istituzione culturale di livello.
C’è quindi il rischio che di quello spazio si faccia piuttosto uno spezzatino: una sede di rappresentanza di questa o di quella associazione, la sede di un ordine professionale, senza con ciò contribuire in alcun modo ad elevare il profilo d’offerta culturale di Bergamo.
La proposta che vorrei quindi avanzare è che alla riqualificazione di quella palazzina si aggiunga la ricostruzione ex-novo del corpo adiacente, affacciato su via Camozzi. Si guadagnerebbero così altri 1.900 metri quadrati, il cui costo il Comune potrebbe coprire con i proventi generati dall’operazione.
Sommando le due superfici si ricaverebbero 4.600 metri quadrati, questi sì sufficienti ad ospitare un’importante istituzione culturale. Quale? Circa un anno fa – visto lo spostamento Gamec ai Magazzini generali, parlando proprio della Montelungo – proposi la creazione di un Museo dell’Energia, immaginando un’esposizione “esperienziale” (ad oggi senza eguali in Europa) fondata su una materia estremamente viva e spettacolare, capace di attrarre anche un pubblico giovane. Continuo a ritenerla un’idea affascinante e concreta.
Lascerei tuttavia ad altri, più esperti di me, il compito di selezionare un progetto che associ qualità, internazionalità e sostenibilità economica. Realtà come quella di Bergamo Scienza dimostrano che in città le competenze non mancano.
Proprio questa anzi mi parrebbe la prospettiva più interessante: coinvolgere il team di Bergamo Scienza e consentirgli – attraverso la progettazione di un nuovo spazio espositivo – di “stabilizzare” il valore formativo e il richiamo generati ogni autunno dalla straordinaria manifestazione che Bergamo ha la fortuna di ospitare.

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Gamec, un futuro in bilico. «Non possiamo aspettare»

Riportiamo di seguito l’articolo pubblicato  il 23 marzo 2013 da l’Eco di Bergamo, dove si ripercorrono i temi e gli interventi dell’incontro ubi Gamec organizzato da InNova Bergamo e Italia Nostra.

DINO NIKPALJ

Le ragioni della serata le tira Giorgio Gori, presidente di InNova: «Il timore è che spostando un pezzo si lasci un vuoto». Il pezzo è la nuova Galleria d’arte moderna e contemporanea destinata ai Magazzini generali. Il vuoto possibile è quella Montelungo, oggetto misterioso in cerca di destino. E ad InNova ed Italia Nostra va un grande merito: quello di un confronto (il primo) pubblico sul tema. Dal titolo geniale – ubi gamec, con riferimento all’istituto di credito, partner dell’operazione – senza rete e davvero aperto a tutti. Prova ne è il fatto che dopo gli interventi programmati,all’Urban Center (strapieno…) hanno fatto capolino quelli di Pippo Traversi, progettista della nuova Gamec e dell’assessore all’Urbanistica Andrea Pezzotta. E soprattutto quello di Cristina Rodeschini, responsabile di Palafrizzoni per la Carrara e la Gamec. «La Montelungo è un’area di potenzialità straordinaria, ma che un’amministrazione comunale nelle situazioni attuale non può gestire in autonomia. Una sua eventuale acquisizione comporterà tempi difficilmente stimabili in meno di 15 anni». E questo «per una realtà come la Gamec che non ha spazi sufficienti non va bene, abbiamo bisogno di tempi brevi. E anche la Carrara, perché i suoi eventi dimezzano la Gamec per almeno 6 mesi. Una nuova sede è indispensabile per la sopravvivenza e lo sviluppo del museo».

«Un progetto ben più ampio»

Il che non inficia la fondatezza degli interventi tesi a rilevare (giustamente) come la collocazione della Gamec nell’ex caserma avesse più di un senso. «È un progetto che riguarda una porzione di città ben più ampia» rileva Stefano Zenoni (consigliere comunale della Lista Bruni e urbanista) illustrando l’evoluzione della struttura nei vari strumenti pianificatori urbanistici. A significare che «sulla Montelungo si era sedimentata un’idea di città». Stratificata nel corso degli anni e quasi partecipata, sul modello di quanto successo a Friburgo in generale e nel quartiere Vauban in particolare (nato tra l’altro dal recupero di una caserma), come ricorda Mariola Peretti di Italia Nostra. Per contro Zenoni è perplesso «sul fatto che un’area come quella che ospita i Magazzini generali (via Rovelli – ndr) possa essere rivitalizzata con un singolo intervento». Mancherebbe cioè quella visione globale che ha trovato forma compiuta nel Pgt con il cosiddetto Polo della cultura che comprendeva la Montelungo da destinate alla nuova Gamec. Non una scelta casuale, ma rispettosa della storia e della vocazione dell’area intera.

Il caso Magazzini Generali

Ed è proprio seguendo questo fil rouge che si sviluppa la serata, ritrovando le ragioni di una scelta e aprendo al confronto. Con tutte le perplessità del caso: «Quello di Ubi non è un regalo alla città, serve un ulteriore approfondimento» spiega Serena Longaretti, presidente di Italia Nostra. «Rileviamo un difetto di comunicazione, di condivisione, di discussione di un’idea di fondo» aggiunge Gori: «Proviamo a recuperare in extremis, sperando non sia tardi». Anche perché «Porta Sud, le stanze verdi e il polo della cultura erano gli assi portanti del Pgt» ricorda Francesco Valesini, presidente dell’Ordine degli architetti. «La prima è naufragata, le seconde sono difficili con questa crisi, se viene meno anche il polo della cultura…». E sull’allocazione della nuova Gamec agli ex Magazzini generali ribadisce: «Non è una donazione alla città, e per noi il concorso pubblico è fondamentale».

I conti che devono quadrare

«La Gamec non ha più gli strumenti adatti, spazi per i depositi e per le esposizioni» ricorda però Traversi. E soprattutto: «Vi invito a pensare che se esiste una soluzione migliore dei Magazzini Generali, questa deve essere amministrativamente e concretamente praticabile, e non solo negli auspici».«La Montelungo non può essere abbandonata: serviranno 15 anni? Trattiamo comunque. Va chiesta, deve essere fonte di discussione» attacca Paola Tognon, consigliere comunale Pd. La risposta arriva da Pezzotta: «Il tema economico è di fondamentale importanza se ci occupiamo di amministrazione: l’urbanistica aspira a visioni che possono rimanere tali se non si coniugano con la sostenibilità economica». Quindi, ora come ora, la sola possibilità di nuovi spazi per la Gamec sono i Magazzini Generali. Sempre che Ubi dia un colpo d’acceleratore, beninteso. E per la Montelungo? «Stiamo trattando col Demanio: chiederemo una porzione più ridotta della parte più nobile già ristrutturata come standard urbanistico, da destinare a spazi pubblici», spiega l’assessore. E per il resto sarà fondamentale il ruolo dei privati.

 

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ubi GAMEC? La città discute

Per giovedì 21 marzo alle ore 21.00 l’Associazione InNOVA BERGAMO, in collaborazione con Italia Nostra sez. Bergamo, ha organizzato all’Urban Center di Bergamo (Viale Papa Giovanni XXIII – Stazione autolinee), l’incontro dal titolo “ubi GAMEC? La Città discute”.

Il dibattito intende affrontare il tema della futura ubicazione della nuova sede della GAMEC quale occasione per discutere più in generale delle modalità di pianificazione urbanistica (ma non solo) ad oggi attive e del rapporto esistente tra scelte amministrative e partecipazione dei cittadini nell’elaborazione di strategie e visioni condivise.

I diversi relatori articoleranno i propri interventi cercando di muoversi sempre al confine tra due livelli: da un lato la dimensione locale, ovvero Bergamo e le sue vicende specifiche; dall’altro lo sguardo vero il mondo circostante, ovvero verso le “buone pratiche” e gli esempi già realizzati in altri contesti.

Più nello specifico, l’incontrò sarà moderato da Giorgio Gori, presidente di InNOVA BERGAMO, e sarà strutturato in tre momenti:

1) il metodo – cosa si intende per pianificazione partecipata, quali sono le esperienze più virtuose in campo europeo e quali sono oggi a Bergamo le grandi criticità urbanistiche per le quali è necessario favorire modalità partecipative per il futuro (intervento dell’Arch. Mariola Peretti per Italia Nostra);

2) il “sogno” sedimentato – la previsione di realizzare la nuova sede GAMEC nel compendio della Montelungo è il risultato di molti anni di idee e aspettative depositatesi su quello spazio, confluite poi nell’idea del Polo della Cultura, contenuta nel PGT; oggi forti criticità di tipo economico e burocratico rischiano di cancellare questa previsione; tra gli ostacoli di un percorso in salita, è utile riscoprire l’area della Montelungo (la sua storia passata e recente) e ricollocarla all’interno di una grande visione urbana complessiva (interventi dell’Arch. Debora Magri e Stefano Zenoni per InNOVA BERGAMO);

3) la progettualità – come si può progettare la città del futuro, attraverso meccanismi e procedure virtuose che facilitino il confronto tra i cittadini, così come tra idee e progetti differenti (intervento dell’Arch. Francesco Valesini – Ordine degli Architetti di Bergamo).

Seguirà il dibattito con il pubblico.

 

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Per una nuova idea di città

Si discute in queste settimane della proposta avanzata da UBI-Banca volta a costruire nell’area degli ex-Magazzini Generali in Via Rovelli alcuni edifici residenziali e commerciali, nonché a recuperare, in variante parziale al Piano di Governo del Territorio, alcuni immobili industriali per realizzare un centro polifunzionale al servizio della banca stessa e la nuova sede della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea. La GAMEC si inserirebbe fisicamente a ridosso del polo UBI e i costi per la sua realizzazione verrebbero conteggiati a scomputo degli oneri di urbanizzazione dovuti al Comune (con un margine positivo per l’Ente pubblico).

Al di là delle valutazioni sul progetto in sé, ci interessa ragionare secondo una prospettiva di ampio respiro. Conosciamo le ragioni contingenti per cui l’attuale Amministrazione intende accogliere la proposta di UBI: il progetto sarebbe a carico del privato, GAMEC guadagnerebbe una nuova sede nel breve periodo, l’Accademia Carrara potrebbe espandersi negli edifici oggi occupati dall’arte contemporanea.

L’ipotesi di realizzare la GAMEC nella ex Caserma Montelungo è indubbiamente remota e al di là delle attuali disponibilità economiche del Comune. Tuttavia, quell’idea ad oggi contenuta nel Piano di Governo del Territorio di creare un continuum culturale che parta da Città Alta e arrivi fino al centro città, seguendo un filo rosso attraverso Sant’Agostino, l’Accademia Carrara, Parco Suardi, la Montelungo con funzioni culturali, Parco Marenzi ed infine Borgo Pignolo, oltre che meravigliosamente suggestiva è il frutto di un processo di sedimentazione di proposte durato molti decenni. Un sogno, una visione, per la quale si sono spesi professionisti, politici, intellettuali e molti cittadini. Non si tratta solo di una mera previsione urbanistica, quanto di una proposta strategica di lungo periodo, certamente complessa, ma di grande lungimiranza per la quale servono tempo, investimenti graduali secondo le disponibilità del momento e tanta perseveranza. La decisione dell’Amministrazione di accogliere la proposta UBI può minare questa prospettiva e cancellare decenni di elaborazioni senza che vi sia stato alcun confronto con la città. Qui sta il punto, in questo si svela una questione essenzialmente di metodo, oltre che di merito. Negli ultimi anni alcune grandi scelte urbanistiche di Bergamo sono fallite non tanto per un generico e diffuso conservatorismo della città, quanto piuttosto per la mancanza di un processo di discussione e condivisione sulle scelte stesse.  Anche quando questo processo si è materializzato, come nel caso della Montelungo, bastano pochi mesi per cancellare tutto.

Rivolgiamo pertanto un appello a non rinunciare al sogno del Polo della Cultura in città e lanciamo due suggestioni che speriamo possano essere recepite dall’Amministrazione e da tutta la cittadinanza. In primis, si consenta comunque ad UBI di realizzare il proprio intervento in Via Rovelli, ma il Comune decida di monetizzare gli oneri destinati in teoria alla realizzazione della nuova sede GAMEC agli ex Magazzini Generali. La cifra potrebbe bastare o contribuire all’acquisto della Montelungo, ad oggi ancora di proprietà del Demanio. Inizierebbe così una nuova stagione, nella quale si potrebbe cominciare a ragionare sulla trasformazione dell’area dell’ex caserma, costruendo il Polo della Cultura passo dopo passo, con un processo di condivisione aperto e partecipato. Si potrebbe iniziare a capire quanta parte di quell’edificio potrebbe servire per una destinazione museale e quanta potrebbe invece essere demolita per far posto ad un nuovo grande parco, riducendo così i costi di ristrutturazione. In secondo luogo, sappiamo che vicino alla Montelungo sorge il palazzetto dello sport; non molto lontano troviamo lo stadio e una grande area industriale dismessa, la ex Reggiani, il cui futuro è quanto mai incerto. Sarebbe interessante che per queste aree il Comune spingesse per un progetto complessivo di recupero, incentrato sulla ristrutturazione dello stadio esistente e la messa in gioco dell’area Reggiani per gli eventuali annessi e connessi (e magari per un nuovo palazzetto in città e non nei campi di Grumello). Polo dello Sport e  Polo della Cultura potrebbero così connettersi, sia in termini di localizzazione che in termini di reperimento delle risorse economiche, nella prospettiva di fare sistema tra diversi problemi aperti. Un’intera parte di Bergamo, oggi a rischio di abbandono, potrebbe invece diventare il fulcro di una grande strategia di rigenerazione urbana che sappia consolidare in loco le funzioni attuali, senza ipotizzare migrazioni, senza consumare suolo libero e soprattutto senza svuotare il tessuto urbano consolidato, con grave danno per la sua vitalità culturale, turistica ed economica.

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Un museo dell’energia nell’ex Caserma Montelungo

Riportiamo il testo integrale  dell’intervista a Giorgio Gori, presidente di InNOVA BERGAMO, pubblica dal Corriere della Sera – ed. Bergamo  il 7 lugliodel 2012, nella quale vengono riassunte alcune proposte alternative elaborate durante l’attività dell’Associazione.

“Non so quante possibilità abbia Bergamo di diventare nel 2019 Capitale europea della Cultura, ma credo che il processo legato alla candidatura, se finalmente sarà basato sulla più ampia con divisione, ci offra un’importante occasione per riflettere sul destino della nostra città. Il giudizio dell’Unione Europea , più che sulla lista dei beni artistici  e sul palinsesto degli eventi , verterà del resto proprio sulla nostra capacità di mettere a fuoco un’idea condivisa della città, un’idea di profilo europeo, coerente con la nostra storia ma rivolta a lfuturo. Tra i diversi contributi su questo tema ho particolarmente apprezzato quello di Andrea Moltrasio, il cui merito a mio avviso sta nell’aver sottolineato la relazione tra la dimensione economico-industriale della città e il suo più recente profilo culturale. La spinta del sistema produttivo è evidente nello sviluppo dell’Università, di Bergamo Scienza, nelle realizzazioni del Kilometro Rosso e del nuovo I-Lab Italcementi. Sapere scientifico, tecnologia, ricerca, istruzione specializzata. In pochi anni il significato della stessa parola «cultura» è andato modificandosi sotto  i nostri occhi, superando la semplice estatica visione museale a cui eravamo abituati. Proprio la relazione tra lavoro e cultura, del resto, ha plasmato l’anima della città attraverso i secoli. Se Bergamo dispone di un grande patrimonio artistico, questo è in virtù della laboriosità dei nostri concittadini, declinata lungo i secoli come competenza artigiana, spirito di sacrificio, spiccata imprenditorialità, capacità di generare ricchezza, associata ad un forte senso del bene collettivo e dal gusto privato del bello. La città è quella che conosciamo proprio perché il lavoro si è costantemente e armoniosamente tradotto in bellezza. A noi oggi il compito di tutelare e far vivere questo patrimonio. Anche la sola conservazione, come dimostrano i recenti casi della biblioteca Angelo Mai e del teatro Donizetti, è sfida non da poco. Ma non può bastare. La vicenda di Astino dimostra che anche là dove non mancano i mezzi economici la carenza di idee rischia di vanificare lo sforzo. Il restauro del Donizetti è ormai una necessità improrogabile, ma il passo successivo dev’essere una più efficace valorizzazione della figura e delle opere del musicista a cui il teatro è intitolato. La stessa conservazione richiama il bisogno di una progettualità complessiva, per non parlare degli interventi che richiedono una più radicale trasformazione. Dobbiamo dunque sforzarci di trovare il bandolo della matassa. Personalmente sono convinto che il futuro della città vada disegnato intorno alla conoscenza. Bergamo, città del lavoro che si tramuta in bellezza, può diventare un polo europeo del sapere. L’investimento sul talento, sulle tecniche del saper fare, oggi può innovarsi nei campi della cultura scientifica e umanistica, puntando sulla ricerca e sulla più alta specializzazione. Il primo obiettivo, a mio avviso, dev’essere la crescita del polo universitario. Parlo di crescita anche in senso quantitativo, non solo dal punto di vista della qualità degli insegnamenti. Se infatti non saremo capaci di attrarre (anche dall’estero) migliaia di giovani studenti, e di trattenerne una parte integrandoli nella nostra comunità, tra pochi anni saremo alle prese con un grave problema demografico. Al tempo stesso sappiamo che il futuro della nostra manifattura, così come dei servizi, dipenderà da quanta «conoscenza» riusciremo a mettere nei nostri prodotti. La stessa idea potrà guidarci anche nelle scelte che riguardano i famosi «contenitori storici». Non ho ricette, ma credo per esempio che sull’area degli Ospedali Riuniti andrebbe promosso un supplemento di riflessione. Possiamo permetterci che una porzione così importante della città vada all’asta senza alcuna garanzia riguardo al permanere del suo valore pubblico? Se anche il secondo bando andrà deserto, è auspicabil e che si possa mutare rotta, con il coinvolgimento di tutte le risorse pubbliche e private disponibili, puntando anche a collegare quello spazio”

Non rinunciamo alla Montelungo È un pezzo del nostro futuro

 

Riportiamo  il testo dell’intervista a Giorgio Gori, presidente di InNOVA BERGAMO, pubblica da L’Eco di Bergamo il 17 giugno del 2012, nella quale vengono riassunte alcune considerazioni ed analisi elaborate durante l’attività dell’Associazione.

«InNova cerca di ragionare sui principali temi della vita della città, con l’obiettivo di mettere a fuoco delle proposte e sottoporle al dibattito pubblico. Alcune necessitano di un tempo d’elaborazione più lungo, su altre le idee sono già abbastanza chiare». L’associazione presieduta da Giorgio Gori, scalda i motori: il primo contributo sul futuro della città è di natura urbanistica, sulla Montelungo.
Caserma ora senza destino…
«Era al centro della previsione di polo culturale, ma l’ufficializzazione della scelta di Ubi Banca sul recupero dei Magazzini Generali di via Rovelli mette a grave rischio l’intero disegno».
Obiezione, di questi tempi è difficile fare progetti in grande.
«Ne sono assolutamente consapevole: scarseggiano le risorse per realizzare grandi sogni, e un’amministrazione comunale deve arrangiarsi. Ma nel frattempo bisogna stare attenti a non distruggerli, i sogni».
Difficile anche dire di no ad una proposta come quella di Ubi, non crede?
«È una proposta generosa, che va raccolta e considerata in tutti i suoi aspetti positivi: c’è un tratto di mecenatismo non comune, seppure non inedito».
C’è chi dice che comunque Ubi ci guadagna, conservando la proprietà di spazi che avrebbe dovuto demolire.
«Non ho nemmeno fatto i conti, in verità. Credo semmai che sia una disponibilità nel solco di una grande tradizione di partecipazione alla vita sociale e culturale cittadina. Poi è chiaro che c’è anche un interesse in questa operazione, ma è normale».
Dove sta il problema, quindi?
«Sta nel fatto che tocca all’amministrazione pubblica, alla politica, accogliere gli atti di mecenatismo, ringraziare e orientarli all’interesse collettivo. Non ci si può limitare ad accettarli, a prescindere dalla loro coerenza con gli obiettivi generali. Perché se la Gamec si sposta in via Rovelli, quella che è la principale previsione urbanistica del Pgt approvato nel 2009, va perduta. Ed è un’idea centrale, perché ha in sé un pezzo importante del futuro della città. Si svuota completamente di significato il polo culturale. Facendolo, il Comune si assume una grossa responsabilità, peraltro in palese contraddizione con la volontà di candidare Bergamo a Capitale europea della cultura 2019».
Beh, sul tavolo c’è comunque un museo nuovo di zecca per la città.
«Non vorrei che per avere un uovo oggi si sacrificasse l’intero pollaio domani. Chi amministra una città non può ragionare per il solo tempo del suo mandato, ma contribuire a costruire un futuro che vada al di là dei suoi cinque anni. Il suo ruolo è comunque provvisorio».
Era però stato Mario Scaglia, presidente della Gamec, a proporre la soluzione di via Rovelli.
«La Gamec aveva ed ha un problema di spazi, e non discuto che dal punto di vista strutturale i Magazzini generali possano ospitare opere di arte moderna e contemporanea. Ma ci sono delle controindicazioni. La Gamec ha valori artistici non trascurabili, ma significativamente meno rilevanti ed attrattivi che l’Accademia Carrara. Ha quindi un senso se inserita nel medesimo circuito, promuovendo semmai una maggiore integrazione e non la loro separazione fisica. Il primo punto è dunque l’effettiva attrattività della Gamec collocata in un’area periferica. Il secondo è lo svuotamento del polo culturale. Non vorrei che l’obiettivo fosse meramente politico».
Del tipo?
«Poter dire d’aver realizzato almeno un’opera, piantare una bandierina prima della fine del mandato».
Opera che Tentorio ha però inserito da subito tra quelle che avrebbe voluto realizzare nei suoi 5 anni.
«Le leggo cosa diceva il sindaco nel luglio 2009: “Il parco della cultura incentrato sulla Montelungo rappresenta l’obiettivo più importante, un’occasione imperdibile per ridisegnare una parte della città”. Io dico semplicemente che quanto Tentorio affermava tre anni fa è ancora vero e valido: ed è una grande responsabilità sconfessare questa visione».
Ma cosa dovrebbe fare? Andare da Ubi Banca e convincerli a spostare i soldi sulla Montelungo?
«Raccogliere questo atto di generosità e cercare in ogni modo di orientarlo verso la Montelungo, sì. È chiaro che ci sono molte variabili e che questa operazione non si deve tradurre in una perdita per Ubi, non sono ingenuo: ma si possono studiare ipotesi che tendano alla valorizzazione di via Rovelli. Nella negoziazione che sottende alla formulazione tipica di un Pgt, questo dialogo con gli operatori è centrale: ci sta che si trovi un equilibrio che sposti il progetto di Ubi, compresi il centro di formazione e gli spazi della collezione privata, verso la Montelungo».
Per la quale il solo intervento di Ubi non basterebbe, però…
«Sicuramente no. Ma sarebbe un passo decisivo nell’avviare una trasformazione storica per la città, e sono convinto che chi guida Ubi abbia l’ambizione di lasciare un segno importante».
Che per loro è il recupero dei Magazzini Generali.
«Ma non è paragonabile al sogno della Montelungo. Voglio ricordare che nel 2008 Walter Barbero, insieme ad altri architetti, Giorgio Zenoni, Giuseppe Gambirasio, con la collaborazione dell’ex direttore della Carrara, Francesco Rossi, regalò un progetto alla città. Da una parte c’era questa vocazione culturale della Montelungo, dall’altra la saldatura delle aree verdi presenti sull’area: parco Suardi, gli orti di San Tomaso e il Marenzi, destinando una parte significativa della caserma stessa a verde pubblico».
Vorrebbe ripartire da qui?
«Sì, ma con un passo in più che dia conto della diversa sensibilità maturata in questi anni. Sulla Montelungo ora c’è un vincolo, sul quale nessuno ha fatto opposizione: e deriva esclusivamente dalla sua “anzianità”, avendo la caserma più di 70 anni».
Un’ulteriore tegola sul recupero.
«Ma nel frattempo è maturata una cultura sulla rilevanza degli spazi vuoti: per anni abbiamo riempito tutto, oggi i concetti sono cambiati. Radicalmente».
Quindi non riempire la Montelungo di funzioni?
«Non dobbiamo necessariamente porci il problema di riconvertire 23 mila metri quadri: non abbiamo abbastanza funzioni pubbliche da metterci e nemmeno i soldi necessari per un complesso così ampio e malmesso. Inoltre alcuni meccanismi del passato non funzionano più, come quello di pagare funzioni pubbliche con cubature private: perché ci sono 8.000 appartamenti vuoti in città, e decisamente troppi supermercati. C’è il rischio che la Montelungo resti lì per decenni a marcire».
Come ne usciamo, allora?
«Ponendoci il problema della liberazione di quell’area, con il verde che diventi il centro».
E come la mettiamo con il Demanio che vuole capitalizzare l’immobile? E con la Soprintendenza?
«Ci sono diverse partite aperte con il Demanio, gli spazi di manovra si possono trovare lì. E la Soprintendenza non è un conservatore di mattoni e muri scalcinati: credo che il suo responsabile saprebbe cogliere lo straordinario valore pubblico di un grande polmone verde nel cuore della città. E comunque l’amministrazione dovrebbe fare di tutto per convincerlo in tal senso».
Anche demolendo parte della Montelungo?
«A volte serve. Costruire la nuova Gamec all’interno del parco costerebbe infinitamente meno che ristrutturare gli stanzoni che ospitavano i soldati: le risorse che Ubi mette per via Rovelli forse non basterebbero, ma la spesa diventerebbe più sostenibile. E il sogno meno impossibile».
Scusi, è l’inizio della campagna elettorale?
«No, affatto. È solo un contributo su un tema importante per la città».