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La città di domani? Un clic per tagliare benzina e ingorghi

L’intervista a Carlo Ratti del Mit di Boston a cura di Susanna Pesenti pubblicata su L’eco di Bergamo il 2 ottobre 2013.

La città in tempo reale è il business del 42enne Carlo Ratti, architetto e ingegnere, fondatore del «Senseable city lab» del Mit di Boston e dello Studio omonimo. Sensori, connessioni e tecnologie leggere, uniti alla cooperazione dei cittadini via smartphone permettono già oggi una nuova economia e domani di avere città sostenibili in un mondo sovrappopolato. Ratti parlerà a BergamoScienza sabato 12 ottobre.

La digitalizzazione della città semplifica o complica la vita della gente «normale»?
«La città “sensibile” è una città che ci parla e che ci fornisce continuamente, attraverso le reti, dati da elaborare e incrociare. Le applicazioni possono essere infinite: dai consumi energetici, al traffico, fino alla raccolta e allo smaltimento dei rifiuti. Senza dubbio uno degli obiettivi è la semplificazione della vita dei cittadini».

Nella progettazione di smart cities ci sono più livelli: quello pubblico, che coinvolge le infrastrutture e gli avvenimenti collettivi e quello privato, che coinvolge i singoli e la vita quotidiana. Ci sono esperienze o progetti utili a famiglie con bambini, disabili, anziani?
«L’importante è coinvolgere le comunità in un sistema di progettazione “bottom-up”: i protagonisti devono essere i cittadini che, con i loro comportamenti e conoscenze aiutano a trasformare e migliorare le città. I comportamenti si diffondono per effetto dell’esempio, in una sorta di contagio sociale. Dinamiche simili possono essere innescate per gestire un’area urbana».

Ci sono case o quartieri «smart»?
«Singapore sta portando avanti esperimenti molto interessanti a livello della mobilità. Copenhagen con la sostenibilità ambientale, Boston con la partecipazione. Per quanto riguarda l’Italia è interessante vedere come i centri storici, città come Venezia che non avrebbe mai potuto adattarsi ai metodi industriali del secolo scorso, possono accogliere facilmente le tecnologie innovative: reti, sensori, lampioni, pensiline, monitor, nuovi sistemi di distribuzione dell’energia. Interventi che mettono insieme mondo fisico mondo digitale, secondo l’idea dell’”ubiquitous computing”, o “ubicomp”, sviluppata negli anni ’80 dall’informatico americano Mark Weiser».

Come funzionano?
«I risultati più interessanti si ottengono nel momento in cui i cittadini acquistano consapevolezza di quello che gli accade attorno e, ottenendo informazioni in tempo reale, prendono decisioni tali da modificare le loro città. Si tratta di un “feedback loop”. Un esempio molto semplice è il traffico. Attraverso le informazioni in tempo reale possiamo ottimizzare tempo e benzina alla ricerca di un parcheggio o modificare la strada per tornare a casa in modo da evitare inutili ingorghi. Molti problemi si possono risolvere sfruttando al meglio le infrastrutture che già esistono grazie all’applicazione delle nuove tecnologie. Con meno asfalto e più silicio».

È ancora difficile immaginare un uso del digitale che porti a modelli organizzativi inediti: finora le tecnologie digitali hanno fatto vivere più in fretta ma in genere vengono usate in modo «piatto» ripetendo gli schemi mentali già noti. Quali sono le esperienze a cui ispirarsi per cominciare a vivere le tecnologie in modo che facilitino un nuovo modo di pensare e creare, più vicino alle esigenze di gestione del mondo che abbiamo per le mani?
«Siamo agli inizi, ma gli effetti di queste trasformazioni sono profondi: come se le vecchie nozioni di “civica” e “urbs”, la comunità dei cittadini e la città costruita, si stessero saldando grazie al mondo delle reti. Un teorico interessante è Richard Sennett che studia le nuove dimensioni dell’essere insieme e i concetti di “contagio” e del “virale” secondo la rete e le loro possibili conseguenze organizzative».

Smart e anziani: come la tecnologia può aiutare a restare autonomi il più a lungo possibile?
«Per esempio garantendo il monitoraggio a distanza, che in futuro permetterà di decentralizzare sempre di più le funzioni dell’ospedale o della casa di cura».

L’autonomia significa studiare e applicare strategie alternative per continuare a fare in modo diverso le cose di sempre. Ma gli anziani di questa generazione trovano spesso difficoltà nelle logiche di funzionamento dei prodotti digitali. L’internet delle cose può aiutarli? E come dovrebbe essere progettato per non spaventare?
«Le interfacce di una volta creavano spavento. Ma oggi stanno diventando molto più accessibili. Basti pensare che in uno smartphone abbiamo approssimativamente la stessa potenza di calcolo della Nasa al tempo della missione Apollo, ma configurata in modo da essere accessibile a un bambino di 5 anni o a un anziano di 95…»

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