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Un salto di qualità per le nuove sfide 2.0

Di seguito l’articolo di Dino Nikpalj pubblicato su L’eco di Bergamo il 19 aprile 2013.

Si fa presto a dire smart. Senza capacità di andare oltre gli stereotipi si rischia di fare il bis di concetti tanto abusati quanto spesso privi di concretezza.
Tipo «fare squadra» o «sistema» per intenderci. Perché quando poi un operatore primario come Fastweb lancia un mezzo ultimatum a Bergamo per una certa qual inerzia, allora ci troviamo tutti un po’ come la farina: 00 piuttosto che l’auspicabile 2.0 di una smart city.
Eppure la competitività di un sistema socioeconomico passa anche attraverso le infrastrutture, e se per molto tempo abbiamo pensato a strade, autostrade e ferrovie, è decisamente il caso di lavorare anche su quelle digitali. Perché sempre di traffico si tratta, virtuale ma tanto tanto concreto. Al punto di essere diventato un fattore determinante di sviluppo. Difficile stare al passo con i tempi, tra banda ultralarga e 4G, di certo però il tema dello sviluppo della rete deve salire nelle priorità delle agende dell’amministrazione pubblica. Ci deve cioè essere un preciso piano di sviluppo, e non affidarsi alla buona volontà o alle particolari attitudini più o meno smart di questo e quell’assessore. Per intenderci, non basta mettere nel pacchetto delle deleghe quella all’innovazione tecnologica per considerare esaurito il tema: diversamente il digital divide è destinato ad ampliarsi.
La bacchetta di Fastweb è grave, soprattutto perché denota la mancanza di una strategia in materia, e la questione riguarda sì Palafrizzoni, ma non solo. Perché, passateci il gioco di parole, per avere la rete occorre prima fare rete: quindi la sfida chiama tutte le istituzione del territorio, financo qualche privato di peso. Insieme, per decidere cosa serve e come ottenerlo: ma senza visione non c’è nemmeno l’infrastruttura. E comunque Bergamo non parte da zero: al netto di qualche polemica politica di maniera, il sistema degli hot spot di Palafrizzoni (e partners) è comunque uno dei più sviluppati: poi si può (si deve) lavorare per migliorarne accesso e fruibilità, soprattutto per i turisti stranieri, ma la base sulla quale intervenire c’è. Cominciare a valorizzarla davvero sarebbe un primo bel passo verso una città smart, aspettando la fibra. Perché non è poi così vero che navigare free all’estero e in altre città italiane sia automatico: il problema delle credenziali rimane anche lì. Per intenderci, nessuno regala nulla e tanto meno con bassi indici di sicurezza, tanto più in questi tempi dove ad alta tecnologia corrisponde spesso un’alta pericolosità. Non solo virtuale. Ma soprattutto serve un salto di qualità nell’affrontare le sfide, rendersi cioè conto che essere in rete non risolve tutto (anzi, spesso porta all’alienazione) ma comunque aiuta molto. Tanto più in tempi di crisi. Anche per questo quando si parla di infrastrutture, lo sguardo deve andare oltre una visione tradizionale, abbracciandone una smart. Perché essere davvero in rete di questi tempi vale come un’opera pubblica. Riduce o annulla i tempi di spostamento, fa risparmiare e crescere una città, sia dal punto di vista economico che sociale. Ed essere 2.0 di questi tempi fa la differenza, per tutti. Qualche giorno fa Michael Kraus, boss di Air Dolomiti, confessava che uno dei veri motivi del successo dei low cost è stata la scelta della rete come canali quasi esclusivo di distribuzione. E chi non l’ha capito in tempo ora rischia di rimanere a terra. Virtuale sì, ma tanto tanto reale.

Lucio Cassia

Lucio Cassia: tecnologia green da incentivare se Bergamo vuole davvero essere una smart city

Riportiamo di seguito l’intervista di Camilla Bianchi a Lucio Cassia pubblicata su L’eco di Bergamo il 19 aprile 2013.

«Questo treno non possiamo perderlo, siamo già in ritardo clamoroso». Lucio Cassia – professore ordinario di Strategic management all’Università di Bergamo e direttore del Centro di ricerca per la nuova imprenditorialità – non vuole credere che si possa rinunciare così a cuor leggero al progetto per la banda larga in città.

Perché la considera un’occasione da non perdere?
«Perché ha la stessa importanza che ha avuto negli ultimi 150 anni lo sviluppo delle ferrovie, delle comunicazioni elettriche, delle infrastrutture stradali e del trasporto aereo. E’ soltanto una tecnologia diversa che trasporta comunicazione invece di merci e persone. La comunicazione ha sempre portato progresso nella storia dell’umanità. Mettere in relazione le persone incrementa il benessere, e il processo di globalizzazione l’ha evidenziato».

E con i costi come la mettiamo?
«Negli anni Novanta inviare via fax una pagina a New York costava mille lire al minuto. Oggi via e-mail il costo è praticamente pari a zero. La caduta dei costi di comunicazione, connessa alle tecnologie digitali, incrementa gli scambi e abbassa le spese. Non consentire la disponibilità di una infrastruttura di comunicazione ad alta velocità impedisce lo sviluppo di imprese e transazioni. E poi il tempo gioca a favore dell’abbattimento del divario digitale, le nuove generazioni sono intrinsecamente digitali».

Le nuove imprese oggi possono prescindere dalle tecnologie digitali?
«L’economia degli ultimi dieci anni è cresciuta grazie ai servizi digitali di comunicazione. Pensiamo agli smartphone e ai computer. Giusto oggi (ieri per chi legge, ndr.) grazie a skype ho potuto sostenere esami con i miei studenti che si trovavano a Melbourne, Stoccolma e Harvard, e che attraverso questa tecnologia hanno potuto presentare un lavoro di gruppo. Stiamo parlando di autostrade superveloci che vanno riempite di contenuti, sono opportunità da non mancare per le nuove generazioni e per chi vuole fare una star up innovative, che non richiedono un grande investimento di capitale ma sfruttano il talento e l’intelligenza dei neoimprenditori».

Una chance di sviluppo anche per il nostro territorio, quindi?
«Il digitale va di pari passo con il talento ed è un grande aiuto per i giovani che vogliono intraprendere. E questo vale per loro come per le imprese. Le imprese artigiane sparse nelle nostre valli possono essere supportate dalle nuove tecnologie e fare affari con il resto del mondo, ma bisogna metterle in condizioni di farlo. Con l’alta velocità siamo già rimasti indietro, questa tecnologia green va incentivata».

Internet superveloce è sinonimo di Smart City, qualifica a cui Bergamo ambisce.
«Smart vuol dire intelligente ma definisce anche qualcosa di ben fatto, le tecnologie digitali ci aiutano a vivere meglio, a dissipare meno, a inquinare meno. Tutti i progetti di Smart city si basano su queste tecnologie. Non esiste un serio progetto di Smart city senza un appoggio digitale. E per rendere una città digitale serve una rete di intelligenze in comunicazione tra loro».

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Le proposte di InNOVA per un futuro «smart»

Dall’articolo di Diana Noris pubblicato su L’eco di Bergamo il 18 aprile 2013.

Ad auspicare una soluzione veloce sul caso banda larga anche Giorgio Gori che, insieme ad alcuni soci dell’associazione InNOVA, ha portato alcune proposte per la città nell’incontro di martedì sera all’Urban Center: «La tecnologia è fondamentale per lo sviluppo equilibrato e sostenibile – ha detto Gori -. L’associazione ha fatto uno screening di quello che c’è nel mondo, da Amsterdam al Portogallo. A Bergamo qualcosa è stato fatto, ma manca un progetto d’insieme, che non è stato né coltivato, né raccontato alla città».
Le proposte in cui il Comune dovrebbe essere il promotore, vanno dal wi-fi diffuso, con l’adesione alla rete nazionale «Free Italia wi-fi», al risparmio energetico dell’illuminazione pubblica, con il progetto «Lumière», che prevede la regolazione dei flussi luminosi in base al traffico rilevato dai sensori.
InNOVA punta sulla tecnologia declinata sul turismo, con lo sviluppo di applicazioni smartphone, l’infomobilità e la creazione di itinerari – sempre via app – per portare i passeggeri di Orio al Serio a visitare Bergamo come è stato fatto per il progetto «Walk and feel Helsinki», con un porto dove la gente invece di visitare la città aspettava la banchina. Proposto il progetto inglese «Fix my street», dove tramite un’app si inviano al Comune richieste di interventi per il decoro urbano localizzandole su una mappa.
E infine la sensibilizzazione rispetto alla dispersione di calore degli edifici con termo camere che fotografano i punti di dispersione in giro per la città e la realizzazione di un edificio incubatore di impresa nell’ex centrale elettrica di Daste e Spalenga.

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La sfida nel sottosuolo, c’è anche Telecom

Palazzo Frizzoni punta a chiudere l’operazione; presto un incontro ma restano i nodi da sciogliere.

Dall’articolo di Vanessa Santinelli, pubblicato su l’Eco di Bergamo il 18 aprile 2013.

A Palazzo Frizzoni cadono dalle nuvole. I ritardi annunciati da Fastweb, le mancate autorizzazioni, le risposte che non arrivano. «Non so a cosa si riferiscano. Ci siamo incontrati con loro, ci hanno detto che si sono appoggiati a Telecom che per noi in questi mesi è stato l’interlocutore principale». L’Assessore ai Lavori pubblici Alessio Saltarelli è sorpreso dalle esternazioni della società di telecomunicazioni, ma getta acqua sul fuoco: «Stiamo cercando di chiudere l’operazione banda ultra larga con Telecom e dare così il via a tutti gli operatori».

La partita nel sottosuolo
La partita si gioca nel sottosuolo, c’è Fastweb che punta a portare a Bergamo 98 chilometri di fibra ottica, 85 in cavi già esistenti (quelli della vecchia rete Socrate mai usata) e 13 nuovi di pacca, ma anche Telecom. Quest’ultima è pronta a tirare la fibra . che permette collegamenti Internet ad una velocità fino a 60-80 megabit al secondo – nei 135 chilometri già serviti con cavi propri e a realizzarne 9 invece dei 15 previsti inizialmente. Nel frattempo è stata infatti «stralciata» Città alta per la delicatezza del contesto, che necessita di uno studio ad hoc.
I due colossi delle telecomunicazioni hanno siglato un accordo «per ottimizzare costi e investimenti attraverso la condivisione di infrastrutture passive e il coordinamento delle attività di realizzazione, in modo di accelerare il roll-out della posa della fibra ottica». Che vuol dire? Che per esempio a Bergamo i lavori di scavo e di posa verranno eseguiti insieme, una sola volta. Ci sarà quindi un’unica infrastruttura per tutti e due. In comune saranno nove chilometri. Poi ognuno provvederà a posare la sua fibra e il cosiddetto «cabinet» che è l’armadio stradale che dista mediamente 500 metri dalle abitazioni.

L’operazione Telecom
E’ stata Telecom la prima a presentare in Comune la proposta di cablare la città con la banda ultra larga. Un progetto che ha trovato il consenso di Palafrizzoni. «E’ fuori discussione che ci interessa, diamo un servizio all’avanguardia alla città» spiega l’assessore.
Ma ci sono ancora diversi aspetti da chiarire e la stessa Telecom, si dice, non avrebbe più tutta questa fretta di chiudere. «E’ un mese che li stiamo rincorrendo. Avevamo fissato un incontro per il 24, ma è slittato ancora. Ora ci vediamo a inizio maggio» chiosa l’assessore. L’obiettivo è chiudere la pratica, «anche se al momento non è ancora no né sì, ma nì» aggiunge Saltarelli. In nodi da sciogliere sono due, legali ed economici. In ballo c’è la convenzione tra Comune e A2A a cui spetta la gestione del suolo. Un soggetto terzo con cui le società di telecomunicazione devono interloquire. Ma non è tutto. «A2A ritiene che le società debbano pagare per far passare la fibra dai suoi cavidotti mentre loro si appellano ad una legge del 2008 che definisce di pubblica utilità le reti di telecomunicazione come la fibra ottica e ritengono non debbano nulla. In realtà non sarebbe proprio così» rileva l’assessore.

Nodi da sciogliere
Anche Palazzo Frizzoni ne fa una questione economica – «La Giunta ha chiesto che non sia dato tutto gratis» – , ma anche giuridica. «Dobbiamo tutelarci e chiedere garanzie. In primis perché se il Comune concede l’autorizzazione e succede qualche cosa, A2A che ha la gestione del sottosuolo potrebbe rivalersi nei nostri confronti. E poi perché è previsto il passaggio anche nei tubi dell’impianto di pubblica illuminazione, aspetto che va definito» sottolinea il direttore generale di Palazzo Frizzoni Ivan Mazzoleni.
La faccenda è complicata, anche da sbrogliare. Ma se per Telecom un incontro è già in agenda, per Fastweb l’iter va a rilento. La pratica è ferma in qualche ufficio, difficile saperne di più. Saltarelli è fiducioso: «Se risolviamo i problemi con Telecom, si risolveranno anche per loro».

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Internet superveloce: Fastweb sbatte la porta

«Da 6 mesi in attesa di una risposta dal Comune, ce ne andiamo»; previsti 85 km di fibra ottica per raggiungere 60 mila famiglie.

Dall’ articolo di Diana Noris pubblicato su L’eco di Bergamo il 18 aprile 2013.

Bergamo lumaca e Fastweb è pronta ad abbandonare il progetto per la banda larga.
Se il Comune non risponderà in tempi veloci alle sollecitazioni della società di telecomunicazioni – pronta ad investire 8 milioni di euro – la banda ultra larga in città – che vuol dire Internet super veloce – resterà scritta nel libro dei sogni, a meno che non ci pensi qualche altro operatore. «A Brescia, così come a Verona, in quattro mesi ci hanno concesso le autorizzazioni e siamo partiti. A Bergamo siamo ancora punto e a capo».

Pronti a lasciare Bergamo
L’occasione per annunciare il benservito è arrivata su un piatto d’argento, con l’evento organizzato da InNOVA, l’associazione presieduta da Giorgio Gori, che martedì sera ha lanciato dieci proposte per la Bergamo del futuro, tutte legate a doppio filo con la connettività e l’innovazione tecnologica. Una connettività che passa per la fibra ottica, la cui posa a Bergamo è in fase di completo stallo.
E’ il direttore delle relazioni esterne ed istituzionali di Fastweb Sergio Scalpelli che, nel suo intervento sulla banda larga, non ha fatto segreto dei rapporti difficili con il Comune e di un iter che va avanti a rallentatore. E davanti ad una platea di circa 80 persone ha detto senza troppi giri di parole «Fastweb è pronta ad abbandonare il progetto. Dopo sei mesi di dialogo con il Comune di Bergamo non ci è ancora stata data una risposta, non sappiamo se per mancanza di volontà politica o semplicemente per problemi burocratici e amministrativi».

L’iter a rilento
L’iter con gli uffici comunali è andato a rilento. Il 23 ottobre dell’anno scorso c’è stato il primo incontro istituzionale con l’amministrazione comunale, a novembre la società di telecomunicazioni ha consegnato i dettagli del progetto e ha iniziato a partecipare alle conferenze dei servizi per la pianificazione dei lavori sul territorio nel 2013. A fine gennaio ha provveduto poi a depositare la fideiussione da 25 mila euro. Da allora si sono susseguiti diversi solleciti, ma a parte un riscontro verbale con un funzionario, è tutto bloccato. «Siamo ancora in attesa del rilascio dei permessi» dicono dalla società.
E’ un’operazione da 8 milioni di euro totalmente a carico dei privati – oltre a Fastweb, il cui azionista principale è Swisscom, anche Telecom sarebbe della partita e investirebbe altro denaro, ndr – «a costo zero per il Comune e che non creerebbe disagi cittadini» aggiunge Scalpelli. Si tratta infatti di infilare in cavidotti già esistenti 85 chilometri di fibra, solo 13 chilometri sarebbero da interrare. «Abbiamo sollecitato lo scorso 28 febbraio l’Assessore ai Lavori pubblici, non abbiamo ancora ricevuto risposta. Stiamo già valutando altre città dove spostare l’investimento, con cui abbiamo migliori capacità di relazione. Un peccato perché Bergamo avrebbe coperto 75 mila utenze tra privati e aziende».
Una bella batosta per una città che vuole essere smart. Scalpelli rincara la dose e cita l’esempio virtuoso di Brescia: «Abbiamo appena fatto la conferenza stampa di presentazione dell’intervento, a novembre 2013 i lavori a Brescia saranno finiti – aggiunge -. Con Bergamo abbiamo allacciato i rapporti nello stesso periodo, a novembre dello scorso anno, ma a Brescia le cose sono già state fatte, come il resto a Verona, Monza, Varese, Bari e Pisa. Bergamo rischia di essere l’unica città esclusa dalle venti su cui stiamo investendo nel nord Italia». Un brutto primato.

Raggiunte 60 mila famiglie
Fastweb ha già investito nella nostra città circa 5 milioni di euro per riportare la fibra nelle centrali per collegare 43 aziende del territorio. Per i nuovi lavori, che dovrebbero portare la fibra dalle centrali a circa 250 armadi stradali (cabinet) presenti nelle strade, è previsto un investimento di altri 8 milioni.
Il vantaggio per imprese e famiglie – spiegano – sarà quello di poter raggiungere velocità di downloads vicine a 100 Mbps e a 10 Megabit in upload. Le zone interessate dai lavori di scavo e posa delle infrastrutture sono il centro, Redona, Loreto e Campagnola: la banda larga potrà raggiungere in tutto 60 mila famiglie e circa 15 mila imprese. Il progetto prevede l’installazione di 85 chilometri di fibra ottica, per l’85% in cavidotti già esistenti. I chilometri di nuova infrastruttura sono solo 13, di cui 9 chilometri in condivisione con Telecom Italia con cui verranno eseguiti i lavori di scavo e posa delle infrastrutture.

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In origine ci fu il progetto Socrate

Da L’Eco di Bergamo, 18 aprile 2013

In origine ci fu il progetto Socrate (Sviluppo ottico coassiale rete accesso Telecom), nato del 1995 con l’obiettivo di cablare dieci milioni di case in tre anni e diffondere servizi a banda larga come la televisione via cavo e altri servizi interattivi. Con velocità di accesso che per l’epoca erano considerate elevate (1.5 Mb di velocità in download e 64 kb in upload).
Un progetto da 13 mila miliardi di vecchie lire, solo cinquemila poi effettivamente spesi. Sessanta di questi furono destinati a Bergamo che ebbe l’onore di essere prescelta quale sede sperimentale. La città fu devastata da cantieri per posare tubi in cui far passare una rete a banda larga destinata a portare in tutte le abitazioni la connessione internet via cavo. Furono anni di sofferenza per gli automobilisti, costretti a gincane interminabili per spostarsi. Il progetto fu abbandonato due anni dopo a causa dei costi eccessivi che avrebbe comportato. Ma anche perché nel frattempo era stato scoperto che con il vecchio cavo telefonico, che tutti avevano in casa, si poteva sfruttare la tecnologia Adsl (da 640 kbps sino a 20-30 Mbps). Tutti gli operatori telefonici si sono adeguati, ma ora la vecchia rete Socrate potrebbe tornare buona per far passare la fibra ottica.

SMART

«Una città smart? Mettiamo in rete le informazioni»

Riportiamo qui di seguito l’intervista di Dino Nikpalj a Giovanni Menduni, docente al Politecnico e coordinatore dell’Area Innovazione del Comune di Firenze, pubblicato su L’Eco di Bergamo il 16 aprile 2013.

Smart. Come gli smartphone, per esempio. «In un momento di grande transizione tecnologica stiamo assistendo ad un grande spostamento di dati su questi supporti».
Giovanni Menduni, docente al Politecnico di Milano e coordinatore dell’Area Innovazione del Comune di Firenze, ha fatto della città toscana un modello di smart city. Pluripremiato e imitato. «L’obiettivo è semplice: migliorare la vita dei cittadini. Chiaramente non tutta la tecnologia è all’insegna del mobile, ma la vera svolta è questa. Certo, servono le infrastrutture».

Quindi la fibra e punti d’accesso adeguati. A Firenze avete messo tutto in rete.
«Sì. A me ha sempre molto colpito il fatto che ogni ente vantasse un tot numero di access point, senza federarli. A cominciare da quelli delle amministrazioni pubbliche, così da avere credenziali comuni d’accesso: perché comunque il problema dell’identificazione dell’utente rimane».

Non solo in Italia.
«Sfatiamo il mito della connessione libera all’estero: le credenziali esistono sempre. Ma qui si apre una partita con i privati: come amministrazione pubblica posso chiedere al bar dell’angolo di farsi carico del servizio, offrendo in cambio all’operatore un importante visibilità sull’home page, per esempio. E’ un’operazione dove vincono tutti».

Ma la connettività libera è il vero problema?
«Vederla come un diritto universale è un altro mito: un approccio un po’ ideologico e datato. Le pubbliche amministrazioni devono fornire servizi, non tanto connettività: di questi tempi, con pochi euro, ognuno è connesso con il suo smartphone. La vera partita si gioca sui contenuti»

Di quale genere?
«Il pubblico ha informazioni che deve mettere a disposizione, condividere: sono un diritto e un dovere. Il nostro punto d’orgoglio è il portale open data, il più ricco di contenuti dopo quelli di Istat e Regione Lombardia: un’immensa quantità d’informazioni a disposizione dei cittadini e aziende. Di ogni genere: tutto quello che serve per la vita quotidiana. Informazioni aggiornate, riproducibili e distribuibili».

In sostanza una diffusione continua delle conoscenze?
«Esattamente, in questo modo ognuno può costruirsi una specie di città ideale, quella che serve a lui. Molti credono che la carta vincente sia avere le informazioni che gli altri non hanno, noi crediamo che vince chi riesce ad usare meglio quelle a disposizione di tutti».

Quanto vi è costato il progetto?
«Meno di 20 mila euro. Per due anni abbiamo raccolto dati e ora sono a disposizione, aggiornati giornalmente e anche più volte al giorno. Informazioni che poi i privati possono usare per sviluppare applicazioni più dettagliate e specifiche, anche per business. E intendiamo aprire anche ai data set prodotti dai semplici cittadini».

L’obiettivo è una città più facile…
«E ne guadagniamo tutti, per ogni servizio. Le faccio un esempio: abbiamo recuperato molte multe per infrazioni stradali di stranieri con auto a noleggio. Pagano on line anche dall’Australia o dalla Nuova Zelanda: troviamo decine di pagamenti alle 4 del mattino».

E sul turismo in generale?
«Stiamo lavorando per distribuire contenuti georeferenziati tra un sito museale e l’altro: un percorso che abbiamo chiamato “dreaming, whishing, planning”. Uno prima sogna il viaggio, poi desidera cosa vedere e lo pianifica, potendo contare anche su credenziali permanenti d’accesso alla rete, così da restare fidelizzato a Firenze».

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10 Innov@zioni per Bergamo

L’associazione InNOVA BERGAMO organizza per martedì 16 aprile alle ore 21:00, presso l’Urban Center di Bergamo, un incontro pubblico sul tema della Smart City.

La città intelligente è una realtà urbana che riesce a conciliare i bisogni dei cittadini con le esigenze delle imprese e delle istituzioni che operano sul territorio. Grazie all’impiego diffuso ed innovativo delle nuove tecnologie è possibile ottimizzare e gestire in modo oculato le risorse a disposizione, perseguendo complessivamente un’idea di sviluppo sostenibile. Quasi infinite sono le dimensioni potenzialmente interessate da questa rivoluzione: la vivibilità degli spazi urbani, le strategie di mobilità, l’informazione e la trasparenza dell’’agire amministrativo, il risparmio energetico, le attività culturali, le politiche per la  sicurezza, le opportunità economiche etc. La città intelligente è essenzialmente il risultato di una visione complessiva e coerente dello sviluppo della città, con un impegno di tutti gli attori presenti sul territorio.

Invitando importanti ospiti, ovvero Sergio Scalpelli (responsabile marketing per Fastweb), in collegamento web Stefano Quintarelli (deputato ed esperto di tecnologie informatiche) e Giovanni Menduni (coordinatore dell’area innovazione per il Comune di Firenze), l’Associazione InNOVA BERGAMO cerca di creare un dibattito vivo per immaginare come Bergamo possa lavorare per diventare una città intelligente, rifacendosi all’esperienza di altre realtà, italiane ed estere. Aldo Cristadoro (Centro Ricerche Tolomeo) ha il compito di fornire un contributo analitico sulle attuali contingenze demografiche, sociali ed economiche del sistema urbano bergamasco. Maurizio Betelli e Stefano Zenoni chiudono il dibattito proponendo 10 innovazioni che potrebbero essere sviluppate sul territorio di Bergamo, in quanto tarate sulla reali criticità della città. Modera Giorgio Gori, presidente di InNOVA BERGAMO.

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Il logo «I feel food» lanciato da InNova

Riportiamo l’articolo pubblicato su Corriere Bergamo il 31 marzo 2013 in cui si parla dell’idea di InNova di un marchio per ristoranti e bar a prova di intolleranze alimentari.

 

Silvia Seminati

Solo chi ha un’intolleranza alimentare sa quanto possa diventare complicato mangiare quando si è fuori casa. Peggio ancora quando si è turisti in una città sconosciuta. Si vaga per bar, negozietti e ristoranti, in cerca di prodotti adatti, ad esempio senza glutine o specifici per diabetici, cibi senza sale o privi di lattosio. Da qui è partita l’idea dell’associazione InNova Bergamo — fondata e presieduta da Giorgio Gori — di fare rete, tra chi produce, chi distribuisce e chi compra questi prodotti. E creare un bollino o una segnaletica alimentare che indichi a cittadini e turisti dove trovare il cibo che fa per loro. Il brand, voluto da InNova Bergamo, che sta studiando il logo, si chiama «I feel food».

«L’idea — spiega Stefano Zenoni, coordinatore di InNova Bergamo — è nata dai disturbi alimentari di un paio di soci dell’associazione. Sembra una banalità, ma questo progetto può migliorare la qualità di vita di molte persone. Pensiamo ai turisti, ma pure a tutti i cittadini. A Bergamo esistono già numerose realtà produttive e commerciali che hanno messo al centro della propria attenzione i problemi del disagio alimentare». Manca però una rete che metta in collegamento produttori, distributori e consumatori. «L’obiettivo di InNova — spiega Zenoni — è fare interagire queste realtà».
L’associazione ha già iniziato a prendere contatti con alcuni partner commerciali (come produttori di farine, di latte e rivenditori). Ne cercherà anche altri. Poi vorrebbe condividere il progetto con altri enti come le associazioni di categoria, l’Asl, le scuole, l’Università, i Comuni, la Provincia e la Regione. «Considerata la particolarità dei fruitori di questi prodotti e servizi — spiega Zenoni — è necessario andare al di là delle linee di partnership strettamente commerciali. Serve un vero consorzio per rispondere alle esigenze alimentari di un pubblico particolare. Ci piacerebbe che il logo diventasse un punto di riferimento importante per cittadini e turisti».

ex magazzini BG

Gamec, un futuro in bilico. «Non possiamo aspettare»

Riportiamo di seguito l’articolo pubblicato  il 23 marzo 2013 da l’Eco di Bergamo, dove si ripercorrono i temi e gli interventi dell’incontro ubi Gamec organizzato da InNova Bergamo e Italia Nostra.

DINO NIKPALJ

Le ragioni della serata le tira Giorgio Gori, presidente di InNova: «Il timore è che spostando un pezzo si lasci un vuoto». Il pezzo è la nuova Galleria d’arte moderna e contemporanea destinata ai Magazzini generali. Il vuoto possibile è quella Montelungo, oggetto misterioso in cerca di destino. E ad InNova ed Italia Nostra va un grande merito: quello di un confronto (il primo) pubblico sul tema. Dal titolo geniale – ubi gamec, con riferimento all’istituto di credito, partner dell’operazione – senza rete e davvero aperto a tutti. Prova ne è il fatto che dopo gli interventi programmati,all’Urban Center (strapieno…) hanno fatto capolino quelli di Pippo Traversi, progettista della nuova Gamec e dell’assessore all’Urbanistica Andrea Pezzotta. E soprattutto quello di Cristina Rodeschini, responsabile di Palafrizzoni per la Carrara e la Gamec. «La Montelungo è un’area di potenzialità straordinaria, ma che un’amministrazione comunale nelle situazioni attuale non può gestire in autonomia. Una sua eventuale acquisizione comporterà tempi difficilmente stimabili in meno di 15 anni». E questo «per una realtà come la Gamec che non ha spazi sufficienti non va bene, abbiamo bisogno di tempi brevi. E anche la Carrara, perché i suoi eventi dimezzano la Gamec per almeno 6 mesi. Una nuova sede è indispensabile per la sopravvivenza e lo sviluppo del museo».

«Un progetto ben più ampio»

Il che non inficia la fondatezza degli interventi tesi a rilevare (giustamente) come la collocazione della Gamec nell’ex caserma avesse più di un senso. «È un progetto che riguarda una porzione di città ben più ampia» rileva Stefano Zenoni (consigliere comunale della Lista Bruni e urbanista) illustrando l’evoluzione della struttura nei vari strumenti pianificatori urbanistici. A significare che «sulla Montelungo si era sedimentata un’idea di città». Stratificata nel corso degli anni e quasi partecipata, sul modello di quanto successo a Friburgo in generale e nel quartiere Vauban in particolare (nato tra l’altro dal recupero di una caserma), come ricorda Mariola Peretti di Italia Nostra. Per contro Zenoni è perplesso «sul fatto che un’area come quella che ospita i Magazzini generali (via Rovelli – ndr) possa essere rivitalizzata con un singolo intervento». Mancherebbe cioè quella visione globale che ha trovato forma compiuta nel Pgt con il cosiddetto Polo della cultura che comprendeva la Montelungo da destinate alla nuova Gamec. Non una scelta casuale, ma rispettosa della storia e della vocazione dell’area intera.

Il caso Magazzini Generali

Ed è proprio seguendo questo fil rouge che si sviluppa la serata, ritrovando le ragioni di una scelta e aprendo al confronto. Con tutte le perplessità del caso: «Quello di Ubi non è un regalo alla città, serve un ulteriore approfondimento» spiega Serena Longaretti, presidente di Italia Nostra. «Rileviamo un difetto di comunicazione, di condivisione, di discussione di un’idea di fondo» aggiunge Gori: «Proviamo a recuperare in extremis, sperando non sia tardi». Anche perché «Porta Sud, le stanze verdi e il polo della cultura erano gli assi portanti del Pgt» ricorda Francesco Valesini, presidente dell’Ordine degli architetti. «La prima è naufragata, le seconde sono difficili con questa crisi, se viene meno anche il polo della cultura…». E sull’allocazione della nuova Gamec agli ex Magazzini generali ribadisce: «Non è una donazione alla città, e per noi il concorso pubblico è fondamentale».

I conti che devono quadrare

«La Gamec non ha più gli strumenti adatti, spazi per i depositi e per le esposizioni» ricorda però Traversi. E soprattutto: «Vi invito a pensare che se esiste una soluzione migliore dei Magazzini Generali, questa deve essere amministrativamente e concretamente praticabile, e non solo negli auspici».«La Montelungo non può essere abbandonata: serviranno 15 anni? Trattiamo comunque. Va chiesta, deve essere fonte di discussione» attacca Paola Tognon, consigliere comunale Pd. La risposta arriva da Pezzotta: «Il tema economico è di fondamentale importanza se ci occupiamo di amministrazione: l’urbanistica aspira a visioni che possono rimanere tali se non si coniugano con la sostenibilità economica». Quindi, ora come ora, la sola possibilità di nuovi spazi per la Gamec sono i Magazzini Generali. Sempre che Ubi dia un colpo d’acceleratore, beninteso. E per la Montelungo? «Stiamo trattando col Demanio: chiederemo una porzione più ridotta della parte più nobile già ristrutturata come standard urbanistico, da destinare a spazi pubblici», spiega l’assessore. E per il resto sarà fondamentale il ruolo dei privati.

 

"L'Associazione ha come scopo principale lo sviluppo di iniziative volte al miglioramento, alla tutela e alla valorizzazione dell'ambiente urbano di Bergamo, nella sua più ampia accezione, territoriale, urbanistica, paesaggistica, economica, culturale e sociale. Obiettivo primario dell'Associazione è il miglioramento delle condizioni ambientali di vita della comunità bergamasca e dunque dei cittadini e di tutti i residenti" – STATUTO Art. 2