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Per una nuova idea di città

Si discute in queste settimane della proposta avanzata da UBI-Banca volta a costruire nell’area degli ex-Magazzini Generali in Via Rovelli alcuni edifici residenziali e commerciali, nonché a recuperare, in variante parziale al Piano di Governo del Territorio, alcuni immobili industriali per realizzare un centro polifunzionale al servizio della banca stessa e la nuova sede della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea. La GAMEC si inserirebbe fisicamente a ridosso del polo UBI e i costi per la sua realizzazione verrebbero conteggiati a scomputo degli oneri di urbanizzazione dovuti al Comune (con un margine positivo per l’Ente pubblico).

Al di là delle valutazioni sul progetto in sé, ci interessa ragionare secondo una prospettiva di ampio respiro. Conosciamo le ragioni contingenti per cui l’attuale Amministrazione intende accogliere la proposta di UBI: il progetto sarebbe a carico del privato, GAMEC guadagnerebbe una nuova sede nel breve periodo, l’Accademia Carrara potrebbe espandersi negli edifici oggi occupati dall’arte contemporanea.

L’ipotesi di realizzare la GAMEC nella ex Caserma Montelungo è indubbiamente remota e al di là delle attuali disponibilità economiche del Comune. Tuttavia, quell’idea ad oggi contenuta nel Piano di Governo del Territorio di creare un continuum culturale che parta da Città Alta e arrivi fino al centro città, seguendo un filo rosso attraverso Sant’Agostino, l’Accademia Carrara, Parco Suardi, la Montelungo con funzioni culturali, Parco Marenzi ed infine Borgo Pignolo, oltre che meravigliosamente suggestiva è il frutto di un processo di sedimentazione di proposte durato molti decenni. Un sogno, una visione, per la quale si sono spesi professionisti, politici, intellettuali e molti cittadini. Non si tratta solo di una mera previsione urbanistica, quanto di una proposta strategica di lungo periodo, certamente complessa, ma di grande lungimiranza per la quale servono tempo, investimenti graduali secondo le disponibilità del momento e tanta perseveranza. La decisione dell’Amministrazione di accogliere la proposta UBI può minare questa prospettiva e cancellare decenni di elaborazioni senza che vi sia stato alcun confronto con la città. Qui sta il punto, in questo si svela una questione essenzialmente di metodo, oltre che di merito. Negli ultimi anni alcune grandi scelte urbanistiche di Bergamo sono fallite non tanto per un generico e diffuso conservatorismo della città, quanto piuttosto per la mancanza di un processo di discussione e condivisione sulle scelte stesse.  Anche quando questo processo si è materializzato, come nel caso della Montelungo, bastano pochi mesi per cancellare tutto.

Rivolgiamo pertanto un appello a non rinunciare al sogno del Polo della Cultura in città e lanciamo due suggestioni che speriamo possano essere recepite dall’Amministrazione e da tutta la cittadinanza. In primis, si consenta comunque ad UBI di realizzare il proprio intervento in Via Rovelli, ma il Comune decida di monetizzare gli oneri destinati in teoria alla realizzazione della nuova sede GAMEC agli ex Magazzini Generali. La cifra potrebbe bastare o contribuire all’acquisto della Montelungo, ad oggi ancora di proprietà del Demanio. Inizierebbe così una nuova stagione, nella quale si potrebbe cominciare a ragionare sulla trasformazione dell’area dell’ex caserma, costruendo il Polo della Cultura passo dopo passo, con un processo di condivisione aperto e partecipato. Si potrebbe iniziare a capire quanta parte di quell’edificio potrebbe servire per una destinazione museale e quanta potrebbe invece essere demolita per far posto ad un nuovo grande parco, riducendo così i costi di ristrutturazione. In secondo luogo, sappiamo che vicino alla Montelungo sorge il palazzetto dello sport; non molto lontano troviamo lo stadio e una grande area industriale dismessa, la ex Reggiani, il cui futuro è quanto mai incerto. Sarebbe interessante che per queste aree il Comune spingesse per un progetto complessivo di recupero, incentrato sulla ristrutturazione dello stadio esistente e la messa in gioco dell’area Reggiani per gli eventuali annessi e connessi (e magari per un nuovo palazzetto in città e non nei campi di Grumello). Polo dello Sport e  Polo della Cultura potrebbero così connettersi, sia in termini di localizzazione che in termini di reperimento delle risorse economiche, nella prospettiva di fare sistema tra diversi problemi aperti. Un’intera parte di Bergamo, oggi a rischio di abbandono, potrebbe invece diventare il fulcro di una grande strategia di rigenerazione urbana che sappia consolidare in loco le funzioni attuali, senza ipotizzare migrazioni, senza consumare suolo libero e soprattutto senza svuotare il tessuto urbano consolidato, con grave danno per la sua vitalità culturale, turistica ed economica.

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Un museo dell’energia nell’ex Caserma Montelungo

Riportiamo il testo integrale  dell’intervista a Giorgio Gori, presidente di InNOVA BERGAMO, pubblica dal Corriere della Sera – ed. Bergamo  il 7 lugliodel 2012, nella quale vengono riassunte alcune proposte alternative elaborate durante l’attività dell’Associazione.

“Non so quante possibilità abbia Bergamo di diventare nel 2019 Capitale europea della Cultura, ma credo che il processo legato alla candidatura, se finalmente sarà basato sulla più ampia con divisione, ci offra un’importante occasione per riflettere sul destino della nostra città. Il giudizio dell’Unione Europea , più che sulla lista dei beni artistici  e sul palinsesto degli eventi , verterà del resto proprio sulla nostra capacità di mettere a fuoco un’idea condivisa della città, un’idea di profilo europeo, coerente con la nostra storia ma rivolta a lfuturo. Tra i diversi contributi su questo tema ho particolarmente apprezzato quello di Andrea Moltrasio, il cui merito a mio avviso sta nell’aver sottolineato la relazione tra la dimensione economico-industriale della città e il suo più recente profilo culturale. La spinta del sistema produttivo è evidente nello sviluppo dell’Università, di Bergamo Scienza, nelle realizzazioni del Kilometro Rosso e del nuovo I-Lab Italcementi. Sapere scientifico, tecnologia, ricerca, istruzione specializzata. In pochi anni il significato della stessa parola «cultura» è andato modificandosi sotto  i nostri occhi, superando la semplice estatica visione museale a cui eravamo abituati. Proprio la relazione tra lavoro e cultura, del resto, ha plasmato l’anima della città attraverso i secoli. Se Bergamo dispone di un grande patrimonio artistico, questo è in virtù della laboriosità dei nostri concittadini, declinata lungo i secoli come competenza artigiana, spirito di sacrificio, spiccata imprenditorialità, capacità di generare ricchezza, associata ad un forte senso del bene collettivo e dal gusto privato del bello. La città è quella che conosciamo proprio perché il lavoro si è costantemente e armoniosamente tradotto in bellezza. A noi oggi il compito di tutelare e far vivere questo patrimonio. Anche la sola conservazione, come dimostrano i recenti casi della biblioteca Angelo Mai e del teatro Donizetti, è sfida non da poco. Ma non può bastare. La vicenda di Astino dimostra che anche là dove non mancano i mezzi economici la carenza di idee rischia di vanificare lo sforzo. Il restauro del Donizetti è ormai una necessità improrogabile, ma il passo successivo dev’essere una più efficace valorizzazione della figura e delle opere del musicista a cui il teatro è intitolato. La stessa conservazione richiama il bisogno di una progettualità complessiva, per non parlare degli interventi che richiedono una più radicale trasformazione. Dobbiamo dunque sforzarci di trovare il bandolo della matassa. Personalmente sono convinto che il futuro della città vada disegnato intorno alla conoscenza. Bergamo, città del lavoro che si tramuta in bellezza, può diventare un polo europeo del sapere. L’investimento sul talento, sulle tecniche del saper fare, oggi può innovarsi nei campi della cultura scientifica e umanistica, puntando sulla ricerca e sulla più alta specializzazione. Il primo obiettivo, a mio avviso, dev’essere la crescita del polo universitario. Parlo di crescita anche in senso quantitativo, non solo dal punto di vista della qualità degli insegnamenti. Se infatti non saremo capaci di attrarre (anche dall’estero) migliaia di giovani studenti, e di trattenerne una parte integrandoli nella nostra comunità, tra pochi anni saremo alle prese con un grave problema demografico. Al tempo stesso sappiamo che il futuro della nostra manifattura, così come dei servizi, dipenderà da quanta «conoscenza» riusciremo a mettere nei nostri prodotti. La stessa idea potrà guidarci anche nelle scelte che riguardano i famosi «contenitori storici». Non ho ricette, ma credo per esempio che sull’area degli Ospedali Riuniti andrebbe promosso un supplemento di riflessione. Possiamo permetterci che una porzione così importante della città vada all’asta senza alcuna garanzia riguardo al permanere del suo valore pubblico? Se anche il secondo bando andrà deserto, è auspicabil e che si possa mutare rotta, con il coinvolgimento di tutte le risorse pubbliche e private disponibili, puntando anche a collegare quello spazio”

Non rinunciamo alla Montelungo È un pezzo del nostro futuro

 

Riportiamo  il testo dell’intervista a Giorgio Gori, presidente di InNOVA BERGAMO, pubblica da L’Eco di Bergamo il 17 giugno del 2012, nella quale vengono riassunte alcune considerazioni ed analisi elaborate durante l’attività dell’Associazione.

«InNova cerca di ragionare sui principali temi della vita della città, con l’obiettivo di mettere a fuoco delle proposte e sottoporle al dibattito pubblico. Alcune necessitano di un tempo d’elaborazione più lungo, su altre le idee sono già abbastanza chiare». L’associazione presieduta da Giorgio Gori, scalda i motori: il primo contributo sul futuro della città è di natura urbanistica, sulla Montelungo.
Caserma ora senza destino…
«Era al centro della previsione di polo culturale, ma l’ufficializzazione della scelta di Ubi Banca sul recupero dei Magazzini Generali di via Rovelli mette a grave rischio l’intero disegno».
Obiezione, di questi tempi è difficile fare progetti in grande.
«Ne sono assolutamente consapevole: scarseggiano le risorse per realizzare grandi sogni, e un’amministrazione comunale deve arrangiarsi. Ma nel frattempo bisogna stare attenti a non distruggerli, i sogni».
Difficile anche dire di no ad una proposta come quella di Ubi, non crede?
«È una proposta generosa, che va raccolta e considerata in tutti i suoi aspetti positivi: c’è un tratto di mecenatismo non comune, seppure non inedito».
C’è chi dice che comunque Ubi ci guadagna, conservando la proprietà di spazi che avrebbe dovuto demolire.
«Non ho nemmeno fatto i conti, in verità. Credo semmai che sia una disponibilità nel solco di una grande tradizione di partecipazione alla vita sociale e culturale cittadina. Poi è chiaro che c’è anche un interesse in questa operazione, ma è normale».
Dove sta il problema, quindi?
«Sta nel fatto che tocca all’amministrazione pubblica, alla politica, accogliere gli atti di mecenatismo, ringraziare e orientarli all’interesse collettivo. Non ci si può limitare ad accettarli, a prescindere dalla loro coerenza con gli obiettivi generali. Perché se la Gamec si sposta in via Rovelli, quella che è la principale previsione urbanistica del Pgt approvato nel 2009, va perduta. Ed è un’idea centrale, perché ha in sé un pezzo importante del futuro della città. Si svuota completamente di significato il polo culturale. Facendolo, il Comune si assume una grossa responsabilità, peraltro in palese contraddizione con la volontà di candidare Bergamo a Capitale europea della cultura 2019».
Beh, sul tavolo c’è comunque un museo nuovo di zecca per la città.
«Non vorrei che per avere un uovo oggi si sacrificasse l’intero pollaio domani. Chi amministra una città non può ragionare per il solo tempo del suo mandato, ma contribuire a costruire un futuro che vada al di là dei suoi cinque anni. Il suo ruolo è comunque provvisorio».
Era però stato Mario Scaglia, presidente della Gamec, a proporre la soluzione di via Rovelli.
«La Gamec aveva ed ha un problema di spazi, e non discuto che dal punto di vista strutturale i Magazzini generali possano ospitare opere di arte moderna e contemporanea. Ma ci sono delle controindicazioni. La Gamec ha valori artistici non trascurabili, ma significativamente meno rilevanti ed attrattivi che l’Accademia Carrara. Ha quindi un senso se inserita nel medesimo circuito, promuovendo semmai una maggiore integrazione e non la loro separazione fisica. Il primo punto è dunque l’effettiva attrattività della Gamec collocata in un’area periferica. Il secondo è lo svuotamento del polo culturale. Non vorrei che l’obiettivo fosse meramente politico».
Del tipo?
«Poter dire d’aver realizzato almeno un’opera, piantare una bandierina prima della fine del mandato».
Opera che Tentorio ha però inserito da subito tra quelle che avrebbe voluto realizzare nei suoi 5 anni.
«Le leggo cosa diceva il sindaco nel luglio 2009: “Il parco della cultura incentrato sulla Montelungo rappresenta l’obiettivo più importante, un’occasione imperdibile per ridisegnare una parte della città”. Io dico semplicemente che quanto Tentorio affermava tre anni fa è ancora vero e valido: ed è una grande responsabilità sconfessare questa visione».
Ma cosa dovrebbe fare? Andare da Ubi Banca e convincerli a spostare i soldi sulla Montelungo?
«Raccogliere questo atto di generosità e cercare in ogni modo di orientarlo verso la Montelungo, sì. È chiaro che ci sono molte variabili e che questa operazione non si deve tradurre in una perdita per Ubi, non sono ingenuo: ma si possono studiare ipotesi che tendano alla valorizzazione di via Rovelli. Nella negoziazione che sottende alla formulazione tipica di un Pgt, questo dialogo con gli operatori è centrale: ci sta che si trovi un equilibrio che sposti il progetto di Ubi, compresi il centro di formazione e gli spazi della collezione privata, verso la Montelungo».
Per la quale il solo intervento di Ubi non basterebbe, però…
«Sicuramente no. Ma sarebbe un passo decisivo nell’avviare una trasformazione storica per la città, e sono convinto che chi guida Ubi abbia l’ambizione di lasciare un segno importante».
Che per loro è il recupero dei Magazzini Generali.
«Ma non è paragonabile al sogno della Montelungo. Voglio ricordare che nel 2008 Walter Barbero, insieme ad altri architetti, Giorgio Zenoni, Giuseppe Gambirasio, con la collaborazione dell’ex direttore della Carrara, Francesco Rossi, regalò un progetto alla città. Da una parte c’era questa vocazione culturale della Montelungo, dall’altra la saldatura delle aree verdi presenti sull’area: parco Suardi, gli orti di San Tomaso e il Marenzi, destinando una parte significativa della caserma stessa a verde pubblico».
Vorrebbe ripartire da qui?
«Sì, ma con un passo in più che dia conto della diversa sensibilità maturata in questi anni. Sulla Montelungo ora c’è un vincolo, sul quale nessuno ha fatto opposizione: e deriva esclusivamente dalla sua “anzianità”, avendo la caserma più di 70 anni».
Un’ulteriore tegola sul recupero.
«Ma nel frattempo è maturata una cultura sulla rilevanza degli spazi vuoti: per anni abbiamo riempito tutto, oggi i concetti sono cambiati. Radicalmente».
Quindi non riempire la Montelungo di funzioni?
«Non dobbiamo necessariamente porci il problema di riconvertire 23 mila metri quadri: non abbiamo abbastanza funzioni pubbliche da metterci e nemmeno i soldi necessari per un complesso così ampio e malmesso. Inoltre alcuni meccanismi del passato non funzionano più, come quello di pagare funzioni pubbliche con cubature private: perché ci sono 8.000 appartamenti vuoti in città, e decisamente troppi supermercati. C’è il rischio che la Montelungo resti lì per decenni a marcire».
Come ne usciamo, allora?
«Ponendoci il problema della liberazione di quell’area, con il verde che diventi il centro».
E come la mettiamo con il Demanio che vuole capitalizzare l’immobile? E con la Soprintendenza?
«Ci sono diverse partite aperte con il Demanio, gli spazi di manovra si possono trovare lì. E la Soprintendenza non è un conservatore di mattoni e muri scalcinati: credo che il suo responsabile saprebbe cogliere lo straordinario valore pubblico di un grande polmone verde nel cuore della città. E comunque l’amministrazione dovrebbe fare di tutto per convincerlo in tal senso».
Anche demolendo parte della Montelungo?
«A volte serve. Costruire la nuova Gamec all’interno del parco costerebbe infinitamente meno che ristrutturare gli stanzoni che ospitavano i soldati: le risorse che Ubi mette per via Rovelli forse non basterebbero, ma la spesa diventerebbe più sostenibile. E il sogno meno impossibile».
Scusi, è l’inizio della campagna elettorale?
«No, affatto. È solo un contributo su un tema importante per la città».

"L'Associazione ha come scopo principale lo sviluppo di iniziative volte al miglioramento, alla tutela e alla valorizzazione dell'ambiente urbano di Bergamo, nella sua più ampia accezione, territoriale, urbanistica, paesaggistica, economica, culturale e sociale. Obiettivo primario dell'Associazione è il miglioramento delle condizioni ambientali di vita della comunità bergamasca e dunque dei cittadini e di tutti i residenti" – STATUTO Art. 2