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Non solo la città, anche il condominio diventa smart

Il progetto – sostenuto dall’Unione europea e promosso da Coop, Comune di Padova, Regione Emilia Romagna e Regione Toscana –  si chiama ECO Courts: diminuzione dei rifiuti, bike-sharing condominiale acqua pubblica refrigerata in cortile, a richiesta, con bollicine. L’articolo di Antonio Cianciullo, La Repubblica, 4 ottobre 2013.

ROMA  –  Meno 30%  di riduzione del consumo di acqua a livello domestico, meno 15% di consumi energetici e meno 15% di rifiuti. E’ l’obiettivo europeo per i condominii virtuosi: una buona azione ecologica che fa bene anche al portafoglio visto che in media una famiglia italiana di 4 persone spende ogni anno 900 euro di energia elettrica e una composta da 3 persone circa 240 euro di acqua. Il progetto – sostenuto dall’Unione europea e promosso da Comune di Padova, Finabita, Legacoop, Ancc-Coop, Regione Toscana e Regione Emilia Romagna –  ECO Courts.

“Abbiamo cominciato a marzo, in via Caldera, con 150 famiglie e la loro vita è già cambiata”, racconta Paola Vitali,  della cooperativa milanese Ferruccio Degradi. “Prima la raccolta differenziata del’olio usato. Poi il bike sharing condominiale, con le vecchie bici inutilizzate rimesse a nuovo da una ciclo-officina: ora sono tutte dipinte di rosso e non si fermano un attimo. Infine la fontanella in cortile con l’acqua pubblica refrigerata e, a richiesta, con gas: in sei mesi sono andati via 20 mila litri, senza consumare un solo grammo di plastica. E non è stato solo un vantaggio ecologico: si sono ricostruiti i legami di vicinato, il senso di una cooperativa che è nata nel 1906 e che stava smarrendo la ragione fondante. Ora ci tempestano di telefonate in tanti: vogliono fare la stessa cosa.

E molti sono già passati all’azione. A Cinisello Balsamo, via Mozart,  hanno puntato sui riduttori di flusso per rubinetti, sulla sostituzione delle vecchie lampadine con i led (fanno risparmiare fino all’85 per cento di elettricità) e sull’isola ecologica condominiale per la raccolta di olio, pile, toner e farmaci. A Roma, a via Fillia, è nata un’altra casa dell’acqua, con un distributore pubblico che comprende l’opzione “fresca” e quella “gasata”. In altri condominii  si è creato un punto di condivisione dei piccoli oggetti che si usano di rado: dal trapano all’avvitatore, dalla scala lunga al cento gradi.

Alla campagna hanno aderito anche Finabita, la trasmissione radiofonica Caterpillar, il comico Diego Parassole e Andrea Segré, fondatore di Last Mimute Market e promotore della campagna “1000 Sindaci contro lo spreco”. Ancab e Manutencoop hanno siglato un protocollo per realizzare audit energetici negli edifici.

Partecipazione, la ricchezza nascosta del Paese reale

Nessun Pil la potrà mai misurare, ma la voglia di associarsi genera capitale sociale e muove l’economia. L’articolo di Dianiele Marini, pubblicato su La Stampa, il 30 settembre 2013.

C’è una ricchezza che il Pil non misura: le molteplici forme della partecipazione dei cittadini. Ed è una risorsa rilevante e diffusa sul territorio nazionale. Le attività di volontariato, quelle legate ai temi dell’ambiente e del territorio, della cultura, del «loisir» e sportive: tutte contribuiscono a generare il nostro capitale sociale. Che è fatto di dimensioni assieme simboliche ed economiche.   

Perché la partecipazione attiva a forme associative crea condivisione di valori, unisce le persone e le comunità in una visione comune della propria esistenza e del futuro. Come tante formichine brulicanti sul territorio, attraverso le diverse forme del volontariato, alimentano reti di relazione, si scambiano informazioni e iniziative, si ordisce quel filo che consente di sperimentare l’integrazione e il sostegno fra persone. Anche di provenienze diverse.

Anche in quei territori dove i mezzi di comunicazione danno voce solo, per esempio, a chi è contrario ai migranti.

Proprio lì, paradossalmente, troviamo iniziative diffuse di solidarietà e di sostegno. Tutte queste attività sono elementi fondamentali della nostra coesione sociale. L’obiezione che più spesso si sente fare, ed è anche la preoccupazione ricorrente, è che le persone partecipano poco: è difficile chiamare a raccolta i cittadini.

Certo, sono oggi molto poche le organizzazioni volontarie in grado di mobilitare – come si usa dire – le masse, com’era un tempo per le grandi associazioni o i partiti (spesso portati a predisporre partecipazioni prezzolate).

Oggi la mobilitazione delle persone avviene su singole istanze, magari anche limitate nel tempo, sicuramente meno ideologicizzate: la questione ambientale del proprio quartiere o al più della città; la raccolta di alimenti o di denaro per le famiglie con problemi; le emergenze climatiche e i disastri ambientali (negli anni recenti, come non ricordare i giovani «Angeli del fango» dell’alluvione di Genova, i cittadini – locali e immigrati assieme – delle alluvioni in Veneto, i volontari nei terremoti, oltre a quelli della Protezione civile).

Iniziative mirate, concrete, dove chi partecipa può misurare tangibilmente gli effetti del proprio impegno. È una partecipazione pragmatica dove contano le dimensioni relazionali, il contatto e il confronto con le altre persone, e l’intervento materiale. Il brulichio delle iniziative e della quantità di persone che vi partecipano, come dimostra la ricerca Community Media Research – Questlab per La Stampa, raccontano dell’esistenza di un sostrato partecipativo diffuso. Di un radicamento associativo sui territori e sulle questioni concrete che si è spostato dal piano della partecipazione ideologica a quella pragmatica. In ogni caso, generatrice di valori e di identificazioni.

Ma la partecipazione non ha solo una dimensione simbolica. Questa miriade di iniziative produce anche un valore economico non indifferente. Anche soffermando l’attenzione solo sul versante delle iniziative culturali, basti pensare all’indotto economico che generano le circa 1.200 manifestazioni stimate dei molti festival che si sono sviluppati negli anni recenti lungo lo Stivale su diversi temi: dall’economia di Trento, alla filosofia di Modena; dalla musica della Notte della Taranta, ai libri di Pordenonelegge e alla letteratura di Mantova; dal festival della Spiritualità di Torino, a quello biblico di Vicenza, solo per citare alcuni casi.

Ciascuno di questi eventi culturali muove centinaia di migliaia di persone che raggiungono le città, generando una domanda di turismo, di ospitalità e di consumi. Alimentando valore economico e simbolico. Evidenziando una volta di più il volto di un Paese che spesso non vediamo o non vogliamo vedere. Cultura, turismo, ambienti territoriali, economie locali costituiscono un mix importante per lo sviluppo del Paese. Un’Italia che esprime voglia di partecipazione e una domanda di crescita culturale. Sono dimensioni che non contribuiscono ad alimentare le statistiche del Pil della ricchezza. Ma sono fondamentali per costruire il (futuro) Pil della felicità.

Giardinetti inclusivi: un ambiente senza discriminazioni né pregiudizi dove far crescere i nostri bambini

 

I Parchi gioco accessibili sono una realtà poco diffusa nelle città italiane. Ma qualcosa si muove, a partire dalle associazioni, dai Comuni, dalle aziende produttrici e dalle ludoteche. Perché il divertimento è un diritto per tutti, anche per i bambini disabili. Riproponiamo di seguito l’inchiesta a cura di Michela Trigari per il magazine SuperAbile, numero di Novembre 2012.

Nel paese delle meraviglie ci sono le altalene per i bambini in sedia a ruote. E anche per quelli che non possono stare seduti perché la colonna vertebrale non regge il peso del corpo. E sui castelli o i fortini di legno ci possono salire proprio tutti, perché ci sono rampe a lieve pendenza e maniglie a cui potersi aggrappare. Nel paese dei balocchi esistono poi giochi multisensoriali e muretti istruttivi anche per i più piccini. E, quando si cade, lo si fa sul morbido perché il pavimento è antitrauma. Storie a lieto fine, ma che in Italia stentano a diventare una realtà diffusa. I giardinetti sotto casa accessibili a tutti si contano sulle dita delle mani e dei piedi. Lo dice chi di bambini se ne intende: una mamma. «Quante volte mi è capitato di entrare in un parco e vedere che D. voleva salire su giochi per lui impossibili – racconta Sabrina in Figli con disabilità. Esperienze e testimonianze per genitori di bambini con disabilità raccolte durante gli incontri realizzati da alcune associazioni milanesi -. Tuttavia i giochi accessibili esistono. Consiglio di attivarsi nei confronti delle amministrazioni comunali, degli oratori parrocchiali e delle scuole affinché si diano da fare per tutti i bambini». Concetto, questo dell’integrazione universale, che piace molto anche a Elena Brusa Pasquè. Insieme a Luca Fois del Politecnico di Milano, infatti, hanno dato vita a Life for all, un network orientato a promuovere il design inclusivo tra i professionisti del settore. «Ogni spazio, anche le aree per i bambini, deve essere pensato, progettato e realizzato senza sottolineature né accenti. Non esistono giochi per qualcuno, ma giochi per tutti. Lo stesso simbolo dell’accessibilità, che è una carrozzina, è discriminatorio: dovrebbe essere un fiore, un sole o comunque un messaggio positivo e non il contrassegno di una difficoltà», dice l’architetto Brusa Pasquè.

Le buone prassi fortunatamente non mancano, anche se al massimo si tratta di un paio di giardinetti accessibili per comune. Milano è stata una delle prime città italiane a fare scuola grazie al progetto “Le strade e le piazze dei venti” dell’Anffas (Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità relazionale e/o intellettiva). Il risultato? Un parco senza barriere, realizzato nel 1997 proprio nei pressi della sede dell’associazione in via Bazzi, con una “chicca”: la pista per le biglie messa sopra un tavolo, così che possano giocarci anche i bambini in sedia a ruote. A Jesolo invece, in provincia di Venezia, il parco Europa è frutto di alcune linee guida messe a punto nel 2003 con il progetto “Stessi giochi, stessi sorrisi”, elaborato in occasione dell’Anno europeo delle persone con disabilità, grazie anche all’impegno del Comune e ai finanziamenti europei e governativi. Altro comune virtuoso e Parma, che possiede già due spazi verdi accessibili in linea con quanto voluto dall’Agenzia disabili e che, dopo il terremoto in Abruzzo, ha realizzato un parco gioco senza barriere a Villa Sant’Angelo, in provincia dell’Aquila.

Ma le buone pratiche si trovano anche nei giardini pubblici del Prolungamento mare di Savona, nel parco Nicholas Green di Cosenza, in quello dell’Albero d’oro di Candelo (Biella) voluto dall’associazione “Ti aiuto io”, nel parco Manaresi di Aprilia (Latina) promosso da un comitato cittadino.

Spesso c’è di mezzo una onlus. Com’è successo anche con “Giochiamo tutti”, il progetto della Fish (Federazione italiana per il superamento dell’handicap), che grazie al sostegno di Enel Cuore onlus e all’interesse delle amministrazioni locali ha coinvolto nella costruzione di giochi accessibili ben tre città diverse: Genova (all’interno dell’area Mandraccio in zona Porto Antico), Milano (dentro il parco Formentano) e presto anche Bari.

«Il movimento è molto importante per lo sviluppo dei bambini, sia dal punto di vista fisico sia dal punto di vista delle relazioni con gli altri», spiega Mercedes Becciu, presidente onorario dell’Aitne (Associazione italiana terapisti della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva). «Tanto l’interazione con gli oggetti e con l’ambiente circostante quanto l’attività esplorativa, sensoriale e manipolativa, sono azioni attraverso cui i piccoli iniziano a conoscere gli spazi in cui vivono – spiega -. La conoscenza degli oggetti e la destrezza motoria, anche se dipendono dal tipo di disabilità, permettono al bambino di programmare mentalmente quegli step che lo porteranno gradualmente a raggiungere l’obiettivo prefissato o a risolvere il problema che gli si presenta davanti. Anche senza agire fisicamente, magari pensando a una modalità alternativa per divertirsi o aggirare l’ostacolo». All’interno di questo percorso, «i giardinetti pubblici rappresentano un’ulteriore occasione di sperimentazione, comunicazione e socializzazione per i bambini; e poter avere l’opportunità di vivere il parco giochi attivamente aumenta l’accettazione di se stessi e l’integrazione con gli altri», commenta l’esperta di psicomotricità dell’Aitne.

E se tutto ciò non dovesse bastare, l’importanza del gioco, dello svago e delle attività ludiche o ricreative è sancito anche dall’Onu nella Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia del 1989. Un principio ribadito da Il diritto dei bambini disabili, una guida pubblicata da Save the children nel 2003, e rafforzato dalla più recente Convenzione sui diritti delle persone con disabilità delle Nazioni Unite. Gli Stati aderenti, inoltre, devono adottare ogni misura legislativa e amministrativa idonea ad attuare i diritti riconosciuti in questi provvedimenti universali.

Se ne sono accorte anche le aziende produttrici, visto che sempre più spesso offrono una vasta gamma di strutture accessibili all’interno dei loro cataloghi. Come ad esempio Giochi sport, una ditta in provincia di Monza e della Brianza che dispone di attrezzature conformi alle linee guida redatte dall’American with disabilities act (Ada) e dalla Commissione di sicurezza dei prodotti al consumo statunitense, oltre che alle normative italiane ed europee vigenti nel settore, riconosciute idonee dall’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare (Uildm) e dalla Fish, oppure come Greenarreda (vicino Chieti) con le sue giostre e altalene anche per sedie a ruote.

E poi anche i giochi musicali o quelli progettati per tutti da Modo, un’impresa del padovano ispirata ai più nuovi e moderni sistemi di arredo urbano, i mobili playground da interno di Parcogiochi (in provincia di Teramo), il trenino e il corridoio segreto di Benito Urban, ditta spagnola ma con un ottimo sito italiano. Sia che si tratti di importatori o rivenditori di prodotti realizzati all’estero sia che si tratti di fabbricanti italiani, l’attenzione sta pian piano comunque crescendo.

Il tempo libero dei più piccoli, inoltre, è diventato oggetto d’interesse anche delle manifestazioni fieristiche specializzate, come dimostra la presenza di espositori dedicati tanto all’ultimo Reatech Italia, il salone per l’accessibilità, l’inclusione e l’autonomia di Milano, quanto a Rehacare International, la più grande mostra convegno d’Europa in materia di vita indipendente che si tiene tutti gli anni a Düsseldorf (Germania).

Ma i più bravi sono gli Stati Uniti e il Canada. In questi due paesi esistono linee guida nazionali per gli spazi gioco e gli equipaggiamenti senza barriere che si basano sull’adattamento ai bambini disabili degli standard messi a punto dalla Commissione statunitense per l’accessibilità, secondo i criteri dell’Americans with disabilities act, e da’’Associazione canadese della normalizzazione. Una specie di “Iso9000” dei giardinetti accessibili. Ma entrambe le linee guida, che risalgono al 2000 per gli USA e al 2007 per il Canada, pur avendo ricevuto l’approvazione del governo federale nel primo caso e la partnership dell’Istituto nazionale per la sicurezza dei parchi gioco nel secondo, non hanno il rango di legge.

E d’inverno? Tutti in ludoteca insieme alla Lis. Forse perché si rivolgono ad una fascia d’età particolare (soprattutto 0-6 anni) o perché sono un servizio relativamente recente o forse perché le norme che riguardano gli spazi chiusi sia pubblici che privati sono molto più severe in materia di accessibilità, ma sta di fatto che questi luoghi sono molto più spesso pensati veramente per tutti. A Roma e Modena, poi, esistono un paio di ludoteche concepite anche per l’integrazione dei bambini non udenti con a disposizione un insegnate di lingua dei segni per far giocare insieme i più piccoli, raccontare favole e storie ai più grandi, educare ai diversi linguaggi. La prima è portata avanti dalla cooperativa sociale Il treno, mentre la seconda (Ludolis) è gestita a richiesta dalla sezione provinciale dell’Ente nazionale sordi. Stessa cosa anche a Napoli, dove sta per partire “Gioca in segni, gioca in Lis”, un progetto per bambini sordi nato da un’idea dell’Ens campano. A Palermo, invece, la Ludoteca della natura offre interpreti di lingua dei segni ma previa iscrizione ai laboratori.

«Per le ludoteche è più facile riuscire a coinvolgere i bambini disabili – osserva ancora Mercedes Becciu -, perché sono spazi pensati per dare risposte pertinenti, e con attrezzature dedicate, a più bisogni; spesso, inoltre, presentano attività studiate a tavolino o tagliate a misura di bambino e dove quasi sempre la socializzazione è guidata da un educatore», conclude l’esperta. Un ultimo accenno, infine, al Centro internazionale ludoteche di Firenze, che studia e fa ricerca sui temi del gioco, compresi quelli terapeutici o in ospedale.

«I bambini sono il nostro futuro – ha detto l’estate scorsa Pietro Barberi, il presidente della Fish, durante l’inaugurazione del giardino accessibile a Milano -. Farli crescere in un ambiente sereno, senza discriminazioni né pregiudizi, significa migliorare la società di oggi e domani. E se il gioco promuove la coesione e l’inclusione» tra i più piccoli, «proprio nel contesto spensierato tipico dell’infanzia, allora c’è bisogno» non solo «di esempi concreti» ma anche di «nuove idee».

Bologna dove lo svago si fa in quattro. 

Un percorso sospeso tra gli alberi interamente accessibile, un giardino terapeutico, un’area giochi senza barriere e una ludoteca pensata appositamente per i bambini disabili e i loro genitori. A Bologna il divertimento per gli under 18 è assicurato, e in buona parte per merito dall’Aias e della sanità locale. Nel senso che l’Associazione italiana assistenza spastici a l’Ausl hanno sollecitato l’amministrazione cittadina per ottenere quello che volevano. In poco più di dieci anni sono nati così il giardinetto Acerbi, pensato per tutti i bambini, la Stanza dei giochi, una ludoteca con angoli morbidi e giocattoli adattati per essere fruiti dai più piccoli (anche quelli con disabilità), un parco terapeutico con indicazioni multisensoriali, cartelli in braille e diffusori acustici sparsi tra i cespugli, oltre a un percorso accessibile sospeso a quattro metri d’altezza. Queste ultime due esperienze, in realtà, fanno parte di Corte Roncati, il polo multifunzionale per la disabilità dell’Ausl di Bologna, dove la onlus collabora solo per la gestione dell’Ausilioteca. Per dondolare sospesi tra gli alberi bisogna chiedere l’autorizzazione ai servizi sociosanitari o far parte di un percorso di riabilitazione specifico. Inoltre, è necessario che sia presente un istruttore del Montepizzo Adventure park.

Le oasi Wi-Fi sono ancora poche, Bergamo in ritardo nella Rete: disponibili 58 postazioni, quasi tutte di locali e di alberghi, secondo una nuova applicazione di«Che Banca» la città è solo al 28° posto tra i capoluoghi italiani

Di Fabio Paravisi, Corriere Bergamo, 4 agosto 2013.

Prendete il computer e girate per Bergamo. Vedrete l’icona della connessione Internet comportarsi come una lucina dell’albero di Natale: qui c’è, qui non c’è (soprattutto non c’è). In giro per la città non è facilissimo agganciarsi senza fili alla Rete, a meno di trovarsi in un albergo o in un bar. Forse è anche per questo che Bergamo è al ventottesimo posto in Italia per numero postazioni Wi-Fi. Lo dice una nuova applicazione, la prima nel suo genere in Italia, messa a punto da Che Futuro!, progetto editoriale di Che banca!, utilizzabile su cellulari, tablet e smartphone. Basandosi sulle segnalazioni dei provider è stata realizzata la mappa di 24.000 hot spot in tutta Italia, stilando anche una classifica per città. E appunto al ventottesimo posto c’è Bergamo, dove sono state censite complessivamente 58 postazioni (in realtà ne risultato 60, ma due erano del Caffè Letterario, che nel frattempo ha abbassato la saracinesca), praticamente tutte concentrate tra il centro e Città Alta, e la grande maggioranza installate da bar e alberghi. Le città meglio attrezzate non sono proprio tutte metropoli: davanti a Bergamo nella classifica ci sono comuni come Frosinone, Cesena e Lecce, mentre i cugini bresciani sono sesti con quasi il quadruplo delle connessioni.

«Tutto sommato non è un brutto risultato – commenta David Casalini, amministratore delegato di RnDlab di Milano, che ha realizzato l’indagine -. In effetti dalla mappatura emerge che Bergamo ha un decimo delle postazioni di Milano, il che ci può anche stare, ma soprattutto ha meno connessioni comunali di una cittadina come Cernusco sul Naviglio. Per fortuna la situazione viene controbilanciata dalle iniziative dei privati, per cui alla fine si può dire che la situazione non è poi male. Anche se può essere ampiamente migliorata».

E lo si potrebbe fare senza spendere troppo. Lo sostiene Damiano Airoldi, titolare della società Magnetic Media Network e consulente del progetto scolastico regionale Impariamo digitale: «Molti pensano che realizzare una copertura Wi-Fi sia difficile e costoso, ma in molti casi non serve nemmeno una cablatura o l’impiego di specialisti, e la gestione potrebbe anche essere piuttosto limitata. Per uno spazio sul tipo di piazza Vecchia possono bastare anche 1.000-2.000 euro per l’impianto e 100 euro l’anno di gestione, mentre per uno slargo come piazzale Alpini o una strada ampia si può fare per 500 euro». E la situazione attuale com’è? «L’offerta cittadina è effettivamente abbastanza scarsa, anche se bisogna riconoscere che si tratta di un male diffuso. Sono poche le città italiane che sono davvero a livello europeo. Per ora bisogna ringraziare i privati, che si sono dati da fare spesso in modo quasi illegale, nel senso che avevano a che fare con leggi che cambiavano in continuazione e che erano arrivate a chiedere perfino controlli impossibili da effettuare. Ma intervenire è necessario, se si pensa che cosa significa garantire il più vasto accesso Internet possibile per i cittadini e i turisti. Per questi ultimi si possono anche creare facilmente dei sistemi in cui al momento dell’accesso ci si trova automaticamente di fronte a segnalazioni di eventi o a consigli su itinerari».

Chi ha capito prima di tutti l’importanza del Wi-Fi per i turisti è l’Ostello della gioventù. «Noi abbiamo una clientela giovane e internazionale, e anni fa ci siamo trovati con gente stupita e infastidita dal fatto di non avere un collegamento. – racconta la presidente Cristina Botta -. Visto che per noi l’accoglienza è la cosa principale abbiamo deciso circa sette anni fa di rispondere alle richieste dei clienti e di dotarci di Wi-Fi gratuito. Ci è costato un pò, ma ha avuto un grande successo e siamo molto soddisfatti. Quando poi però i clienti vanno in città fanno fatica a trovare una connessione, e di questo si lamentano: è la critica più diffusa tra quelle che riceviamo subito dopo la carenza di mezzi pubblici la sera. Non si vuole capire che Bergamo, se vuole diventare una vera città turistica anche in vista dei vari eventi internazionali in arrivo, deve offrire più servizi».

È d’accordo anche Giovanni Zambonelli, presidente degli albergatori dell’Ascom: «Nel 2013 è inammissibile che un albergo non offra l’Wi-Fi, sarebbe come non offrire il bagno. Spesso è una delle prime richieste che il cliente ci presenta dopo essere arrivato, e nel mio albergo forniamo spesso tre password diverse, per collegarsi con il computer, con il tablet e con lo smartphone. A Bergamo possiamo dire che gli alberghi a tre o quattro stelle sono tutti ben forniti, magari c’è qualche problema per questione di costi per quelli di categorie inferiori». La differenza è che però negli alberghi stranieri spesso le connessioni sono gratuite, mentre negli alberghi italiani vengono fatte pagare salate: «È un comportamento anacronistico, che i clienti stranieri non capiscono. Adesso che siamo stati liberati dalle catene di controlli e registri è nostro dovere venire incontro il più possibile alle richieste dei clienti».

 

311 di Chicago – un modello di interazione tra cittadini e amministrazione comunale

Nel 1997, l’amministrazione di Chicago ha studiato il modo in cui i cittadini utilizzavano i servizi comunali e come i diversi dipartimenti della città rispondevano alle loro richieste. Sì è dedotto come esistessero notevoli margini di miglioramento, nonostante il sistema fosse uno dei migliori del paese.

Il primo problema riscontrato era relativo ad un sistema di gestione ormai vecchio e superato che non aiutava a garantire una risposta pronta ed efficiente da parte dei dipartimenti comunali. Inoltre, il sistema era complesso e poco agevole per i cittadini: per un singolo servizio o dipartimento c’era un numero di telefono diverso a cui ogni volta si doveva aggiungere un prefisso locale, con il risultato che il numero finale da comporre poteva arrivare a 10 cifre.

E’ servito un anno di ricerche, di pianificazione e di lavoro, al termine del quale il vecchio sistema è stato rimpiazzato da un moderno sistema informatico che ha permesso di migliorare la comunicazione tra i diversi dipartimenti e di ridurre i tempi di risposta alle richieste dei cittadini.

Nel gennaio del 1999 la città ha inaugurato quindi il sistema 311, un unico sistema centrale di accesso a tutti i servizi dei cittadini, compresi i servizi della polizia locale (esclusi i servizi per i casi d’emergenza). Questo nuovo sistema ha chiaramente permesso di eliminare un numero cospicuo di piccoli call center.

Il 311 funziona 24 ore al giorno, 7 giorni su sette, 365 giorni l’anno. Si possono richiedere servizi, controllare l’avanzamento dei servizi richiesti precedentemente, ottenere informazioni su eventi, programmi e bandi cittadini, accedere ai servizi della polizia. Grazie ad un unico numero facilissimo da ricordare, uno staff competente e un software che automaticamente distribuisce le richieste al dipartimento corrispondente, Chicago è riuscita nei seguenti intenti:

  • ridurre i tempi che intercorrono tra la segnalazione di un problema e la sua soluzione;
  • migliorare le performance degli operatori e del servizio stesso; il sistema serve infatti anche da monitor, registra l’efficienza dei servizi, genera report in tempo reale, permette di massimizzare le risorse e quindi di correggere le proprie prestazioni in caso di necessità;
  • rendere più efficace anche il servizio d’emergenza del 911, dirottando al 311 chiamate meno urgenti ma che precedentemente erano comunque raccolte dal numero d’emergenza

Nel corso del tempo il servizio è migliorato ulteriormente:

  • dal 2001 è possibile inviare richieste online;
  • dal 2006 grazie alla collaborazione con l’aviazione, il 311 inizia ad offrire informazioni anche sugli aeroporti locali, i terminal, i servizi di trasporto, lost & found, ecc.;
  • dal 2011 è attivo anche il servizio di SMS, che permette ai cittadini di ricevere informazioni attraverso messaggi di testo direttamente sul proprio cellulare.

Nel settembre del 2012 è stata lanciata Open 311, un interfaccia web e mobile, che semplifica ulteriormente il modo in cui vengono registrate ed inserite nel sistema le richieste dei cittadini e che, attraverso il Service Tracker permette addirittura al cittadino di tracciare e controllare il processo della richiesta effettuata. Per una richiesta più accurata e dettagliata, è possibile anche inviare una foto del problema (ad esempio una buca sulla strada, graffiti da rimuovere ecc).

Attraverso i servizi web e mobile si cerca di ridurre il numero delle chiamate (soprattutto dei doppioni, visto che una chiamata dura in media 1,5 minuti), e diminuire i tempi di attesa per i cittadini.

Il 311 riceve circa 3.9 milioni di chiamate ogni anno e continua ad essere un modello ideale di city government il cui obiettivo è quello di migliorare la qualità di vita dei cittadini di Chicago ma anche dei turisti e dei lavoratori che gravitano sulla città.

Video (in lingua inglese)

Video e contributi dell’incontro su Città intelligenti e internet delle cose organizzato da ITMconsulenza il 17 luglio 2013

Il futuro è oggi, e le imprese che sanno interpretare i cambiamenti vinceranno la competizione. Questo è il senso dell’incontro organizzato da ITMconsulenza mercoledì 17 Luglio, dalle ore 18 alle 20, nella propria sede al POINT – Polo per l’Innovazione Tecnologica – in via Monte Pasubio 5 a Dalmine, cercando di focalizzare ciò che delle evoluzioni tecnologiche le aziende devono tener conto per continuare a sviluppare i propri vantaggi competitivi.

Smart city, “Internet delle cose”, eGovernment, infomobilità, infrastrutture digitali, sensoristica. Le tecnologie in così rapido sviluppo che effetto avranno sui prodotti – servizi offerti dalle aziende? E a Bergamo cosa si sta facendo? Ma soprattutto, come non perdere il treno verso il futuro prossimo? Porsi le domande è già un buon inizio: nell’incontro organizzato da ITMconsulenza anche la ricerca di qualche risposta.

Michele Vianello, direttore del Parco Scientifico Tecnologico VEGA di Venezia e autore di “Smart Cities: Gestire la complessità urbana nell’era di internet “, Giorgio Gori, giornalista e imprenditore, presidente dell’associazione InNOVA BERGAMO, e Luigi Di Prinzio, professore presso il Dipartimento di Progettazione e pianificazione in ambienti complessi dell’Università Iuav di Venezia, incontreranno le imprese per fornire alcuni stimoli su cosa comporterà per l’economia lo sviluppo delle nuove tecnologie e il loro ruolo nella vita di tutti noi.

In questi anni abbiamo sotto gli occhi cosa ha voluto dire non cogliere in tempo i cambiamenti. ITMconsulenza, storica società di consulenza direzionale di Bergamo, vuole continuare a svolgere un ruolo di esploratore del divenire, coinvolgendo le aziende, e in particolare quelle del territorio, nella riflessione su un futuro già iniziato. Si tratta ora di capire come potranno le aziende di settori che vanno dalla sanità alla meccanica, dai trasporti all’automazione, oltre ai più ovvi telecomunicazioni, costruzioni, energia, ad essere attori primari del mercato.

PDF Internet of Everything_CISCO

PDF Slide prof. Di Prinzio

Video econocom

Video CISCO

Video evento

Gori e Gandi illustrano il futuro verde di Bergamo

Da L’eco di Bergamo, 6 luglio 2013.

Progettare una Bergamo ecosostenibile per il 2020? Sì, ma con un occhio alle elezioni comunali dell’anno prossimo. Il Partito Democratico lo sa bene: i temi che riguardano il rispetto dell’ambiente e, di riflesso, la vivibilità dei centri abitati saranno temi da campagna elettorale. E come suggerisce Giorgio Gori, presidente di «InNOVA Bergamo» potranno essere contenuti vincenti. Perché il centrodestra, che oggi governa la città «sta dimostrando in questi anni poca sensibilità. Non ha idee chiare». E ancora: «Ci vuole una politica coraggiosa che sappia cambiare la città, e prima di tutto, i cittadini». I punti discussi di fronte al pubblico della Festa democratica, al parco della Malpensata, sono molti. Non ultima la questione delle aree dismesse della città, come la caserma Montelungo e i vecchi Ospedali Riuniti, che andrebbero recuperate: «La gestione di queste strutture dimostra tutta l’incapacità dell’amministrazione attuale – attacca Gori -. Ora vogliono spostare la Gamec (Galleria d’arte moderna e contemporanea, ndr.) ai Magazzini Generali, non capendo che la zona in cui si trova ora, insieme all’Accademia Carrara, può essere rilanciata». Ma ci sono altri problemi con cui Bergamo deve fare i conti: la riduzione dei trasporti privati, le ridotte superfici verdi, l’alta percentuale di abitazioni poco «green». «Nei programmi elettorali del 2014 sono d’obbligo tre parole – spiega Sergio Gandi, capogruppo Pd a Palafrizzoni -. Sostenibilità, vivibilità e maggior turismo. Non è possibile che su 39 milioni di metri quadrati, solo uno sia spazio verde.»

La banda ultra-larga ora va al galoppo, arriva la concorrenza di Vodafone

Riportiamo l’articolo di Anna Gandolfi pubblicato da Corriere Bergamo il 14 giugno 2013.

«Della partita saremo anche noi. Su Bergamo la nostra attenzione è massima». Così Vodafone annuncia la sua discesa nell’arena della banda ultra-larga. Cinque giorni fa Telecom sul Corriere ha annunciato l’imminente conclusione dei lavori di posa della fibra ottica che porteranno in città internet super veloce. Ieri, a stretto giro, l’altro colosso delle comunicazioni ha fatto ufficialmente sapere che intende esserci. Non a caso un delegato dell’azienda aveva seguito passo passo le riunioni in Comune dedicate ai cantieri per la fibra: «Appena la rete sarà accesa – spiegano dal quartier generale milanese di Vodafone -, e abbiamo appreso che lo sarà a breve, avvieremo le procedure per formulare agli utenti le nostre offerte». Insomma, dopo lunga e travagliata vicenda (in città la posa della rete da 1,8 milioni ha visto Telecom scontrarsi con una sorta di monopolio del suolo detenuto da A2a in virtù della fusione con la municipalizzata Bas), ecco un nuovo sviluppo nella telenovela che tiene banco da un anno in città. Se per posare la fibra è stato necessario oltre un anno, a fare scattare la concorrenza è bastata meno di una settimana. Bergamo entra così in una partita molto più ampia, in cui i due operatori non lesinano stoccate a distanza. Il 9 giugno l’amministratore delegato di Vodafone Italia e Sud Europa Paolo Bertoluzzo ha dichiarato che «se Telecom vuole portare la fibra fino al cabinet invece che dentro le case, allora va regolato l’accesso al cabinet» in modo che «possiamo investire e portando la nostra tecnologia fino a lì».

I cabinet sono proprio gli armadi-centralina che stanno fiorendo anche lungo le vie del capoluogo: lì approda la fibra che corre nel sottosuolo e da lì parte il cavo in rame che porterà nelle ditte e nelle case internet a 30 megabit al secondo, contro gli attuali 7. Proprio in base a criteri di concorrenzialità stabiliti dall’Agcom, Vodafone potrà accordarsi con Telecom per prendere in affitto spazi sulla rete (pagando un canone) e formulare offerte proprie per la banda ultra-larga. Quando? Probabilmente già in autunno. Morale: con più operatori in gioco gli utenti avranno più scelta e potranno spuntare prezzi migliori.
Telecom nel giugno 2012, in accordo con Fastweb, aveva avviato con il Comune la trattativa (spesso in salita) per la creazione di una rete da 150 chilometri di fibra ottica. L’ex monopolista detiene le infrastrutture, ecco perché sta dialogando con Palafrizzoni. Il capitolo commerciale, invece, con il Comune non c’entra: sarà regolato fra operatori. E la conferma è che se ne parlerà al plurale. Ieri a Milano una riunione dei vertici del comparto di rete fissa di Vodafone ha confermato la decisione di muoversi sul mercato di internet super veloce chiedendo in affitto le neo-costituite reti a Telecom, che ha incluso Bergamo in un progetto di potenziamento delle infrastrutture che coinvolge in tutto 20 capoluoghi italiani. «La scelta non era automatica. Per Bergamo, che è una delle città in cui abbiamo già investito per la tecnologia 4g – fanno sapere da Vodafone – è confermato: vogliamo esserci». La presa di posizione potrebbe non essere isolata, ma è la prima di un coro che, va da sé, più sarà ampio più potrà portare benefici agli utenti finali. Benvenuta, banda ultra-larga.

Banda larga a lieto fine, cosa insegna il caso Telecom

Editoriale di Beppe Fumagalli, Corriere Bergamo, 10 giugno 2013.

Un’estate a metà degli Anni 70, venne a stabilirsi nel quartiere di Santa Lucia una ragazza di bellezza rara.Eravamo tutti sconvolti. Ma anche lei non scherzava. Veniva da lontano e doveva essere completamente disorientata, perché nelle prime settimane s’innamorò perdutamente di uno di noi, un lungagnone curvo ed emaciato, tutto poker, biliardo e Camel senza filtro. Era un’ingiustizia e ognuno di noi alzava suppliche al cielo perché la storia finisse sul nascere. E il cielo ci ascoltò. Dopo il bacio della fortuna tutti si aspettavano che l’amico incassasse anche quello della fanciulla. Ma contro ogni previsione lui temporeggiò. Preso in contropiede da un’iniziativa femminile ai limiti della sfacciataggine, cominciò a tirarsela da playboy e a trattare con distacco quel miracolo genetico in jeans e maglietta. Nel giro di qualche giorno lei si riebbe dalla sbandata, lo scaricò e si mise con uno di Milano. Era l’epilogo perfetto e al motto «le donne passano, gli amici restano», le invidie si placarono e il gruppo ritrovò la sua coesione.
Circostanze e soggetti possono cambiare, ma anche a distanza di tanti anni l’impressione del dejà vu è stata forte. A giugno 2012 Bergamo era stata indicata dal ministero dello Sviluppo economico tra le venti città in cui sperimentare la banda ultralarga. Senza spendere un euro, con investimenti per 1,7 milioni interamente a carico di Telecom, la città si sarebbe dotata del più veloce protocollo di trasmissione dati. Una rete da 300 megabit al secondo (15 volte superiore a quella attualmente disponibile) giudicata irrinunciabile per dare impulso alle attività di imprese, organizzazioni ed enti pubblici. Praticamente un bacio da rimanere senza fiato. Tutte le città scelte dal ministero si erano gettate con passione nella nuova avventura. Tutte tranne una, Bergamo, la Città dei Mille se e Mille ma, che attraverso la sua amministrazione si era sdegnosamente girata dall’altra parte.

Oggi, che l’operazione è finalmente andata in porto (mancano 300 metri di cavi) l’assessore ai Lavori pubblici Alessio Saltarelli racconta un amore a prima vista: «In questo progetto», proclama entusiasta, «abbiamo sempre creduto». Sicuro assessore? Di chi era la firma in calce a un fax partito l’estate scorsa da Palazzo Frizzoni con cui il Comune metteva le mani avanti, sostenendo l’esigenza di una gara d’appalto (quando mai si fanno gare di fronte a un’offerta gratuita?) e segnalando indisponibilità del sottosuolo cittadino in mano ad A2A? E perché, in presenza di tutto questo interesse, Telecom minacciò di andare al ministero per riscrivere l’accordo, cancellare Bergamo e sostituirla con Cremona?
Di fronte alle difficoltà, le titubanze, i dubbi che per mesi hanno messo a rischio un’operazione chiave per lo sviluppo della città, da Confindustria e da altre associazioni di categoria si sono alzate suppliche al cielo perché Comune e Telecom trovassero l’accordo. E il cielo anche questa volta ha ascoltato. «Col Comune», dice Gianni Moretto responsabile del progetto Telecom, «ora andiamo d’amore e d’accordo». Meno male. Ma d’ora in poi basta manfrine. Soprattutto di questi tempi, quando si presenta un’occasione si dovrebbe essere capaci di coglierla al volo. Ogni lasciata è persa. Chiedetelo al mio amico.

Città Alta, caso nazionale: la fibra arriva in funicolare, per il cablaggio si studiano i binari

Riportiamo qui di seguito l’articolo di Anna Gandolfi pubblicato da Corriere Bergamo l’8 giugno 2013.

Può un borgo storico e delicato risvegliarsi anche tecnologico? Il rebus sta diventando un caso nazionale. Perché Telecom, colosso delle comunicazioni, ha deciso che Città Alta è una sfida da affrontare e farà scuola. «Non si interverrà nel sottosuolo, da precisa richiesta del Comune – spiega Gianni Moretto, responsabile Open access Nord Ovest della società -. Potevamo fermarci a città bassa, ma non sarà così. Stiamo studiando cosa fare, anche nel borgo. Modalità d’intervento mai attuate altrove. Chiaramente, il percorso deve essere concordato con l’amministrazione e la Soprintendenza». La modalità di cui sopra potrebbe essere portare i cavi non nel terreno, ma fra le facciate e i tetti delle case. «Le ipotesi sul tavolo sono diverse». Con un punto fermo, non da poco se si considera che Moretto rappresenta un operatore attivo in ogni angolo d’Italia: «Questa è una sfida anche per noi. A Venezia, ad esempio, non è stato facile cablare ma alla fine si è arrivati a passare anche sott’acqua. Per Città Alta non possiamo fornire tempistiche e risposte definitive, in un paio di settimane una prima bozza sarà presentata al Comune».

La banda ultra-larga che Telecom, in un piano che coinvolge anche Fastweb, sta portando in città si basa sulla fibra ottica posta a distanza ravvicinata da uffici, ditte e abitazioni. La tecnologia wireless, senza fili, è altra cosa. Qui si parla di una vera e propria infrastruttura dove le antenne non possono sostituire i cavi, pena la perdita di potenza. La fibra, nei piani canonici, come detto sta nel suolo. Ma in Città Alta (dove dovranno essere installati 15 armadi-centralina su 276) l’unica cosa certa è che non si faranno scavi. Il primo nodo da affrontare è quindi come agganciare la rete che entro settembre sarà ultimata in città bassa. Impossibile passare attraverso le condotte già a disposizione di Telecom sotto le Mura, di per sé limitate e datate. Quindi, mentre a valle i cantieri viaggiano spediti, con gli operai dediti a infilare la fibra nella vecchia rete «Socrate» attraverso i tombini (ieri le operazioni hanno toccato Piazza della Libertà), sopra i bastioni ci si è lambiccati a lungo. Poi, fra i tecnici, la svolta. La breccia ideale, percorribile e senza necessità di scavare, già esiste: sono i binari della funicolare.

È proprio Palafrizzoni a spiegare che le valutazioni sono in corso: «Ovviamente vanno fatti sondaggi, anche con Atb che gestisce la funicolare. Ma l’ipotesi percorribile – spiega l’assessore ai Lavori pubblici Alessio Saltarelli – sarebbe questa». Una volta giunti in vetta? «Fra le idee vagliate- chiosa Moretto – quella di correre parallelamente ai cavi della luce (una vera ragnatela, se si alza il naso sopra la Corsarola, ndr ). Alla fine, però, sono emerse controindicazioni legate alla sicurezza e quindi cerchiamo altrove». Il passaggio fra tetti e facciate, a parte il via libera della Soprintendenza, «presuppone il coinvolgimento dei proprietari – conclude -, ma anche questo è al vaglio». Trovata una soluzione qui, altrove sarà una passeggiata.